Capitolo V: PIANTAGIONI DI CANNA
Una sola volta Alberto aveva perso contatto con un bersaglio... fu allora che applicò per la prima volta la punizione
La prospettiva della costa a est di Kingston ondulava di spiagge e verdura. La costa di sabbia nera risaliva verso un’ampia pianura alluvionale. Verso ovest si innalzava l’altopiano di Cockpit Country mentre a est si alzavano le Montagne Blu. Proprio in mezzo, tra la costa e l’altopiano era appoggiata alle pieghe del terreno una strada. L’alternanza tra luce ed ombra era lunare. Alla luce, i contorni erano strappati di netto, le ombre catramate, la luce rorida. Nella penombra della macchia di foresta equatoriale la luce svaniva in un verde uniforme, senza bordi. Il fuoristrada arrotava le curve e doppiava le buche con lentezza pachidermica. Nell’abitacolo di lamiera a vista e pelle nera consunta, sedeva Felix. Solo.
La strada circumnavigava piantagioni di canna da zucchero, circondate da banani giganteschi. Pochi contadini dalla pelle nerissima camminavano lungo la strada. Nessuna altra macchina l’aveva incrociato. Felix alternava l’attenzione tra le buche e la cartina spiegata sul sedile del passeggero. Sulla carta, Kingston era sul bordo inferiore, più a nord est, nell’interno, Spanish Town. Lungo la costa, l’albergo di Felix e il villaggio erano segnati con una croce disegnata a biro. La strada saliva con un percorso assurdamente tortuoso verso nord, dove alcune propaggini di altura tagliavano la completa piattezza della pianura dietro la costa. Da quelle parti, a dire di Artemio, un europeo aveva costruito il suo piccolo regno.
Le colline salivano direttamente dalla spiaggia. Le onde rimbombavano sonore e vicine. L’oceano brucava sulla sabbia scura come un gigantesco armento di pecore bianche. Gli avevano spiegato che la barriera corallina c’era soltanto a nord dell’isola, quindi niente impediva alle onde del mar dei Caraibi di spingersi fino alla rena. Sulle colline gli agrumeti arrivavano fin quasi a livello del mare, interrompendo la striscia di sabbia in più punti. Il mare, in quei punti sbatteva con violenza su rocce sporgenti e sui primi contrafforti delle alture. Felix fermò la macchina dove poteva vedere il mare, gli agrumeti, le colline e basse costruzioni in bianco coloniale.  Non scese dalla vettura. Con un binocolo osservò l’angolo di Giamaica inquadrato dal parabrezza.
Un elicottero sopra di lui osserva la scena. Un uomo in cabina comunica via radio in creolo giamaicano. In una strada bianca che scende dalla collina una Land Rover corre verso la verticale dell’elicottero. Felix, sente il rumore volante, innesta la retromarcia e riprende la strada. Si tuffa al più presto sotto una cortina di alberi. Rallenta. Alla sua destra, dietro una cappella presbiteriana abbandonata si materializza una Land Rover. Lo scontro è lieve ma netto.

Una sola volta Alberto aveva perso contatto con un bersaglio, a Napoli. L’aveva lasciato in albergo pensando che dormisse ed era uscito per andare a mangiare un piatto di sublimi mazzancolle. Il bersaglio si era dileguato prima del suo ritorno. Dovette sudare letteralmente sette camicie per ritrovarlo. Ci riuscì e il cliente non venne mai a saperlo. Lui non se lo era perdonato. Fu allora che applicò per la prima volta la punizione. Sdraiato a occhi chiusi dava libero sfogo al lato perverso e sadico della sua mente. Essa soggiogava la sua coscienza, la pungolava, la seviziava con consumato potere, innescando le centinaia di ricordi perfidi che riposavano dimenticati sotto il livello del ricordo. Le sue cartucce erano lampi di sensazioni oscure che normalmente ognuno conserva nella parte più segreta della mente e che l’io cosciente relega nella sfera dell’oblio. Ebbene, Alberto Dacovica aveva il potere o la sventura di saperli risvegliare, di riportarli alla luce e infine di scatenarli contro se stesso. Era un dono che possedeva fin dall’infanzia.
La colazione era trascorsa da ore quando lo svizzero si era deciso a scendere e lui era già nuovamente affamato. Wim aveva sorbito qualche briciola di breakfast, avrebbe passato la mattina a leggere riviste. Alberto presagiva la prospettiva di un’altra mattinata in attesa dell’abulico menu del pranzo. Il suo approccio gioviale verso Wim era fallito. Mai visto un uomo così poco incline alla socializzazione. E, per giunta, lo stomaco gridava vendetta. Dacovica si convinse che il bersaglio fosse stabile. Decise di prendere in tutta fretta la via verso una cuoca indiana intravista nel villaggio. Non si era allontanato per più di un’ora, trascorsa a consumare un pasto accettabile, innaffiarlo di birra e di succo di jelly, e tornare a controllare il bersaglio. Ma Felix non c’era. Pochi istanti e l’avrebbe visto lui stesso partire alla guida di una piccola Jeep. Pochi secondi prima e avrebbe anche saputo dove sarebbe andato. Poche di minuti prima e avrebbe anche visto chi lo aveva indirizzato. Ma era arrivato tardi. Le possibilità erano diverse e non tutte rimediabili. Poteva tornare con un chilo di piombo in corpo o con un chilo di coca colombiana, anche se lo riteneva improbabile, oppure, più facilmente, con un chilo di banconote americane.  Ma in Giamaica secondo recenti sondaggi di provenienza del ministero degli esteri svizzero: “Il tasso di criminalità è molto elevato. Anche se essa non si accanisce soprattutto contro gli stranieri, le denunce per furti, aggressioni e violenze sessuali contro i turisti non diminuiscono.” Quindi il bersaglio poteva non tornare affatto in albergo ma essere invece dirottato in qualche nosocomio poco fornito di medici e medicinali, fonte Organizzazione Mondiale della Sanità, ed ivi decedere senza mostrare né ragioni né tantomeno torti. Poteva invece aver raggiunto i propri scopi e, per qualche insindacabile abisso di buona sorte, essere già in viaggio verso la Florida o l’Europa. Alberto non sapeva cosa Felix cercasse o perché fosse in Giamaica, ma sapeva perché lui lo stava cercando. Perché Alberto era un investigatore assicurativo e perché Felix era un ladro.

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