Capitolo IV: NUOVE CONOSCENZE
Le pessime condizioni della strada facevano ballonzolare le numerose pance del passeggero...
In albergo Dacovica era affannato. Non sapeva se aspettare o muoversi. Si fece servire una birra chiara. Visto di profilo la massa sferica dell’italiano era sostenuta da uno sgabello da bar, dalle ginocchia appoggiate all’esterno del bancone e dai gomiti puntati sopra il piano di legno. Lo scoccare dei sorsi segna il tempo dell’incertezza. Il respiro ebbro appannava il piano del bar. Con l’inerzia di un basilosauro, Dacovica lasciò l’ormeggio leggermente offuscato e si diresse verso l’ingresso. Fuori l’aria era carica di sole ma si percepivano nuvole a occidente. Approdò alla reception. Lo sforzo di celare gli impedì di essere spigliato quando chiese all’impiegata le previsioni del tempo. La mulatta dalle forme feline gli rispose in perfetto inglese che la stagione umida stava per arrivare a giorni. Parlarono delle nuvole sull’oceano, sulle piogge, sull’uragano dell’ottantotto, l’ultimo del secolo. Dacovica era rilassato ma attento. Chiacchierarono dei turisti, della stagione, delle stranezze degli europei. Dacovica rise. Ridendo le chiese quali fossero le sue. Lei sorrise e non disse nulla. Dacovica fece perno sulle braccia conserte sul banco e le si avvicinò, complice.
“Mi dica almeno quello che pensa del mio amico svizzero.”
“Il signore con i baffi?”
“Ma certo, Felix. Siamo così!” Con due dita mostrò la sua fratellanza con Wim.
“Allora non le posso dire nulla che lei già non sappia.”
“Apprezzo la sua discrezione....Ma lui è un tipo veramente strano, e lo dico io che lo conosco bene. Pensi, pensi che adesso se n’è andato. E non mi ha detto neanche dove.”
“Non la posso aiutare, io ho preso servizio poco fa.”
“Non importa, la ringrazio lo stesso....Però, se avesse affittato una macchina lei avrebbe la scheda qui, vero?”
“Mi lasci dare un’occhiata. Si, è vero. Ha affittato una Suzuki dal noleggiatore dell’aeroporto.”
“Lei è stata preziosa. Preziosa come una perla nera.” Disse calzando un paio di occhiali da sole. Lei sorrise. Lui uscì. Lei fece un gesto di disgusto.
Pochi minuti dopo, Dacovica era seduto in un taxi non autorizzato che filava in direzione dell’aeroporto di Kingston. Le pessime condizioni della strada facevano ballonzolare le numerose pance del passeggero. Dacovica era appeso al finestrino mentre passavano attraverso le strade periferiche di Kingston. Sperava di vedere qualcuno. Cercava Felix.

Dacovica entrò a Kingston in una stazione d’autobus che pomposamente era stata battezzata Norman Manley International Airport. Guardò in giro. Girò tutta l’aerostazione, in questi casi le dimensioni aiutano. Uscì sulla pista. Nessuno lo fermò. Non c’erano aerei in quel momento. Alzò lo sguardo al cielo, le nuvole da ovest erano vicine. Rientrò. Chiese al noleggiatore, all’impiegato del cambio, al venditore di arance, se avessero visto quell’uomo ne alto ne basso, vestito di chiaro, l’europeo con i baffi. Nessuno disse di si. Quando uscì nel piazzale esterno la quiete era assoluta. Alcuni tassisti regolari chiacchieravano appoggiati ai loro veicoli con la scritta JUTA, l’associazione dei trasporti giamaicana, o targati con le “PP” bianche e rosse. Un gruppo di cacciatori di turisti aspettava il prossimo aereo. Poco lontano il taxi irregolare che l’aveva portato lo aspettava. Nel tragitto tra la pensilina dell’aerostazione e la macchina, cominciò a piovere. Alberto riparò le proprie carni nella vettura appannandola completamente in pochi secondi. La pioggia aumentò di intensità.
 - Brutto segno – Pensò l’italiano.

Il grosso ospite italiano era tornato in albergo fradicio di pioggia. Era salito in camera senza rivolgere la parola a nessuno. Lo notarono tutti. Non sembrava arrabbiato, forse deluso. Risalì pesante come un bue dopo aver arato acri di maggese. Ad ogni gradino emetteva uno sbuffo. La teoria degli ansiti terminò al secondo piano. Entrò nella sua stanza.
Dall’alto, la camera era del tutto simile a quella di Felix, orientata però a est. L’effetto che Dacovica, sdraiato sul letto, presentava era del tutto diverso. Un cono vulcanico di adipe con un piccolo cratere ombelicale si protendeva verso l’alto, montagnoso e spoglio. Un viso a forma di botte circondato da capelli neri e sottili increspava il cuscino e un enorme boxer con stampate carte da gioco occupava la parte mediana del letto. Due cosce flaccide terminavano nella proiezione orizzontale di due piedi grassocci. Stringendo sul volto, gli occhi erano chiusi e stretti, il naso sottile e la bocca tumida esponeva il labbro inferiore ad una caduta. La pelle delle palpebre fremeva al ritmo continuo da ticchettio telegrafico. La massa corporea sdraiata era immobile, contrasto evidente.  
La testa di Dacovica pulsava allo stesso ritmo. L’unica emersione verso la stanza vista dall’alto era il tremore oculare. Pensava Dacovica, pensava. Pensava alla propria inettitudine. Severo contro il cervello quanto condiscendente col corpo. Questo era il suo dramma. Normalmente non era molto duro con il proprio giro vita ma non quando interferiva col proprio lavoro. Era stimato nell’ambiente proprio per la sua personalità metodica e rigorosa. Questo faceva transigere spesso i liquidatori nei confronti delle note spese dei ristoranti che presentava. Questo era l’accordo, e lui lo rispettava puntualmente. Quella volta non era andata così. La delusione lo stava consumando. Il tremore dei bulbi oculari era la testimonianza di una forma sottile di autoflagellazione, silenziosa e crudele. Non gli era capitato spesso di doversi punire ma di quelle occasioni conservava il ricordo con sacro terrore. Non ne aveva parlato con nessuno. Per tutti era un bonaccione godereccio, il migliore nel settore, come, ad onor del vero, nel suo ramo professionale. Non aveva più famiglia, nel senso parentale, e non aveva mai preso moglie. Due cose erano importanti nella sua vita: il lavoro e la buona cucina. Due aspetti che operavano disgiunti e complementari, l’uno senza ostacolare l’altro.
Quasi sempre.
 

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