Capitolo II: PALME E DIFTERITE
Di fronte il verde, dietro il mare e all'opposto un italiano.
Quella mattina Le Monde era in ritardo. Felix ordinò un caffè americano e due gocce di panna. Aspettò. Alla fine il giornale comparve e Felix decise di leggerlo sotto ad una palma.  
Sole, calore piacevole, quel tocco di brezza marina che non guasta e la confortante consapevolezza di ricevere soltanto notizie lontane.  I fogli si abbassano e scivolano a terra.  Da dietro la stessa palma si legge un trafiletto dal titolo "An ancient relique in Italie...".  
 Felix tornò in albergo. Si sedette con la schiena rivolta alla spiaggia, chiese un cocktail e fu insolitamente loquace col barman. Cominciò a parlargli del tempo. Il barman annuiva meccanicamente. Felix assorbì una sorsata di composto, di un cui non sentiva il gusto. Fece comunque i complimenti al barista, che capì. A Felix doleva il collo, ininterrottamente. Lente rotazioni cervicali impressionarono l'uomo dietro al bancone. Il barman si volto e continuo a fissare il contorcersi strano della testa dell'europeo, riflesso nello specchio della Coca-Cola. Lo spasmo non diminuiva e Felix si decise a salire in camera.  

Disteso nudo nel letto ascolta. Chiude gli occhi. Messi in fila gli ultimi giorni non dicono nulla. Viaggio, spiaggia, cocktail. Non basta: giornali, tovagliolini. Lombaggine e ora, il torcicollo.  
Fa caldo; il ventilatore non muove l'aria. Felix guarda verso il soffitto. Non c'è nessun ventilatore. Cerca di muoversi ma il collo urla il proprio messaggio. Sotto la doccia, il dolore sembra diminuire. Scosta la tenda di plastica azzurra. Sguardo in linea retta doccia-finestra-spiaggia. Sulla spiaggia c'è qualcuno. Felix sente di nuovo la sensazione di essere osservato. Il torcicollo ritorna, puntuale.  

- Buongiorno! -
Il tuono lo fece sussultare. Si era deciso a scendere a mangiare qualcosa. Di fronte l’orizzonte del mare, dietro le scale. In mezzo una enorme camicia colorata ripiena di un corpo bianchiccio e flaccido con un indiscutibile accento italiano.
- L'ho spaventata. Lo sapevo, l'ho spaventata.-
Felix provò a scuotere la testa.  
- Non dica nulla. L'ho spaventata e mi dispiace. Lei stava mangiando e io l'ho disturbata. Mi perdoni, se può. Comunque, bella giornata, vero? Ha fatto colazione? Lei è un tipo mattiniero, non si è lasciato ingannare dalle notti tropicali, eh? Non so se mi spiego. -  
Felix si lo fisso.
- Non mi spiego, eh. Non importa. Mi siedo un po' con lei se non la secca. -
Si sedette.  
- Finalmente un po' di frescura - ieri non si respirava. Poi c'è stato quel terribile incidente in città. Ne ha sentito parlare?-
Gli occhi del grosso italiano lo inchiodarono.  
- Ne ho sentito parlare – Rispose.
- Certo, certo, tutti lo hanno saputo... mio Dio, lo sa che credo di non essermi nemmeno presentato. Non ci posso credere. È vero che non mi sono presentato?  Ma certo, che testa! E che bocca. Ah , ah, ah. - Risata frenetica.   
- Mio Dio, mio Dio. Comunque mi chiamo Alberto, Dacovica Alberto per il fisco e la questura.-
Felix rimase in silenzio. C'era qualcosa che non capiva.
- E adesso, se permette, vorrei divorare qualche crostaceo, che mi pare di sentirne il profumo da qui. Con permesso.-
Felix lo osservò ondeggiare verso il buffet. Istantaneamente riportò sguardo e attenzione verso le palme. L'immaginario sovrapposto al reale non dava risposte, soltanto inquieti battiti tachicardici. Felix diede retta al richiamo, si alzò e si allontanò verso gli alberi.  
Passò sotto l'ombra buffa di foglie enormi e cocchi. Compii leggere rotazioni attorno a quei tronchi, guardando a terra e oltre l'orizzonte. - Cosa cercava? - si chiese alla terza persona e al passato.  
Il tropico irreale inquieta. Felix cercò qualcosa che gli ricordasse immagini familiari. L'abitato si distendeva alla sua destra, poi il mare. Voltò verso la foresta. Nulla era come avrebbe voluto. Nella infinita sequenza di immagini che avrebbe voluto scandire, non ne esisteva nessuna che potesse sostituire il lussureggiare dei Caraibi, eppure chiuse gli occhi. Sperava di riaprirli altrove. Tempo e spazio avevano deciso all'unanimità di non cambiare. Felix era immobile e riaprì gli occhi. Ancora la stessa immagine, ovviamente. Di fronte il verde, dietro il mare e all'opposto un italiano.  Guardò in alto. Un flusso di punti bruni scivolò davanti al sole. Improvvisa gli apparì l'immagine di gabbiani di fiume. Era quella che aspettava.
Mattina stessa ora, luogo completamente rovesciato: a sinistra il Reno, immersi nella bruma di Basilea, con Astrid che parlava, che parlando rivolgeva lo sguardo all'altra sponda. Lui, Felix, ascoltava senza rispondere. Le date di una partenza, quella di lei, e brani di rimpianto ormai accettati si incastravano perfettamente nel fluire del ricordo. Il senso di compressione dello sterno ricomparve, netto come allora. Era una scena d’addio. La nebbia sostava con ineguagliabile arroganza sulle acque del fiume, sulle labbra di Astrid e sulle palpebre socchiuse di Felix. Egli espirò una nuvola di vapore sulle parole “...Non sono sicura di voler tornare...”. Nemmeno Felix lo era. Era partito da tempo e aveva vissuto questa stessa scena centinaia di altre volte, immaginata nei singoli dettagli, diversa nella tormentosa ripetitività dei gesti.
Ora la sequenza ricostruita va in scena, nuda, fredda. La nebbia entra nelle ossa, le parole entrano nella carne, il viso di Astrid sbiadisce ma non nella nebbia, nel tempo. Si vede Felix di tre quarti, con le gambe coperte dal parapetto della sponda del fiume, oltre la sponda il fiume, lungo la linea dell’acqua la strada è fredda e deserta. Nell’immaginario mitteleuropeo la solitudine si mescola con l’immagine dell’acqua che scorre.
Quante cose avrebbero potuto essere diverse. Questa vacanza, per esempio. La solitudine della stanza, il cielo, il tramonto, lo stesso grassone incontrato a colazione sarebbe stato diverso. Ed io...
Felix riprese coscienza e guardò il datario del suo Ulysses Nardin. 21 Maggio. Secondo i suoi calcoli non doveva mancare molto.

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