Capitolo I: D'AMORE NON SI MUORE + DI 1 VOLTA
Doveva succedergli anche lì? In aereo? Non era possibile...
D'amore non si muore più di una volta. D'amore non si muore più di una volta. D'amore non si muore più di una volta...
Fuori dal finestrino, le ali dell'aereo tremavano in modo preoccupante. Non amava gli aerei ma ne era schiavo: camminare in un corridoio di un jet era un po' come passeggiare sul nuvole, dentro le nuvole se si è fortunati. Quello strano senso di sospensione, nel cielo, magari correndo dietro a un giorno non nostro, mangiando ore di luce, servite dalle hostess insieme al vassoio del cibo, era un assurdo insostituibile, un paradosso amichevole. Era e restava un'esperienza ingenua ma piena di fascino, infantile, esotica come una buona sbronza, e della sbronza lasciava gli stessi effetti: perdita della nozione del tempo e sonno, tanto sonno.  
D'amore non si muore più di una volta.
Anche lì, in aereo, doveva succedere? Gli era successo mentre mangiava, mentre nuotava, durante un bagno caldo, disteso al sole, anche mentre faceva l'amore - ma non con Astrid - in aereo mai. Lanciò via il vassoio ancora da terminare e si alzò. Provò a camminare sulle nuvole, ma niente, niente a fare. Quella frase non aveva alcun senso. Non era un ricordo, non sogno, niente. Accostamento quasi casuale di parole. - Quasi casuale - questa era la differenza tra il potere e l'azione, questo lo stimolava e lo atterriva allo stesso tempo. Qualcosa sarebbe successo, anche in quel luogo, dimenticato da Dio ma non dalle agenzie di viaggio, paradiso di palme, Piña Colada e difterite.  

" Il signore è solo? ". Il portiere era esattamente come tutti i portieri esistenti sul globo: insopportabile.   
"Si". Rito abbreviato per: "Il fatto che in questa reception sia unico essere umano, che abbia una sola valigia e che porti la camicia non stirata non ti dice nulla?".  
"Firmi qui, Signor...?".  
"Felix Wim, vengo da Basilea".
"Grazie mr. Wim, ecco la sua chiave. Artemio! La valigia!".  
Artemio accettò una mancia equivalente a mezzo franco continuando a cantilenare: "Gracias, gracias" in modo così petulante che Felix gli cacciò in mano l’altro mezzo franco e poi cacciò via lui. La camera era identica a qualunque camera d'albergo del mondo: impersonale. Il letto era meravigliosamente rigido, la doccia estremamente bassa. La frase, in compenso, non gli ronzava più in testa, si era insabbiata nel suo cranio come un paguro nella sabbia. Per far uscire un paguro dalla sabbia bisogna spargere qualche grammo di sale vicino al suo buco. Si fece portare una bottiglia di porto, la stappò, né versò un quarto su un fazzoletto, lo adagiò sul volto e si stese sul letto. Dormì profondamente.   
Il mattino era ancora un declinare al futuro quando aprì gli occhi. Il fazzoletto non c'era più, la faccia era appiccicosa. Gli occhi facevano male e non tentò di aprirli. Tastò il letto, Astrid non era lì - c'era da aspettarselo- . Il cuore faceva male e non aprì neanche quello. Impiegò qualche istante, poi si decise e compì il gesto teatrale di aprire occhi e finestra sulla notte. Il paesaggio era come tutti i notturni solitari dell'universo: inutile. Uomo, finestra, paesaggio; paesaggio, finestra, uomo; finestra, paesaggio, uomo. Una telecamera impazzita riprende piani dilatati da diverse prospettive. Primo piano sull'uomo: quarant'anni, lievemente brizzolato, fisico anonimo. Campo lungo, dall'esterno: la finestra si chiude.  
La cameriera lo trovò addormentato sullo scrittoio, lo lasciò dopo pochi minuti, sveglio e piegato dal mal di schiena. Il dolore non era altro se non una forma di espressione, il linguaggio usato dal corpo per comunicare con la coscienza. Il dolore, quel tipo di dolore, non era la rivolta dei muscoli lombari alla scomoda postura; quel tipo di dolore aveva ben altro significato. Ogni fastidio, ogni risposta del corpo aveva una precisa collocazione, come le parole di un discorso, di una conversazione endocrina. Felix non conosceva la chiave per accedere alle verità che erano contenute nel proprio corpo - era convinto che fossero verità - ma ascoltava, paziente sottomesso. Ascoltava.  
Felix, contratto dagli spasmi lombari, pensava a quale enorme vantaggio gli avesse procurato quel dorato anonimato che testardamente aveva coltivato. Non sarebbe mai entrato in prima pagina per i propri talenti, ma almeno aveva costruito bene la propria immagine, garbatamente nebulosa, a tutti gli effetti, inattaccabile.

Mattina tropicale - quale tropico non ha importanza -, musica americana, tinte da film hollywoodiano, pantaloni di cotone azzurri, polo a righe orizzontali verdi e blu, birkenstock, colazione internazionale, giornale francese, passeggiata verso il mare, ozio intrigante. Il mal di schiena era passato e Felix si appiattì contro il tronco di un albero e dietro la luce del mattino e pensò. C’era qualcosa che mancava. In quel meraviglioso paesaggio mancava qualcosa. Alla fine capì: mancava la neve. Riuscì ad alzarsi, a camminare, a farsi vedere dal mare. I sandali scricchiolavano sulla sabbia.  
È superfluo - per Felix si era superfluo - immaginare che se si fosse trovato a St. Moritz in dicembre avrebbe sentito la mancanza proprio della sabbia che stava pestando. Non era l'oggetto di cui sentiva la mancanza, non la neve, non la sabbia, era la mancanza stessa che si faceva sentire: quel curioso oggetto di desiderio che è il desiderio stesso. Non era in quel luogo proprio per inseguire un desiderio.
 - Com'era quella frase? Quella dell'aereo. Quella dell'amore, e della morte - . Rientrò in albergo. La camera era stata ripulita. Inquadratura dall'altro: un uomo, non si vede il volto, con capelli chiari è seduto di fronte ad uno scrittoio, due fogli sono aperti sul piano. Stringiamo sui fogli, lentamente, ruotando. La luce della finestra li illumina; si vedono le mani dell'uomo mani lunghe, dita curate. Particolare sulle mani che toccano i fogli; che ruotano in senso contrario all'inquadratura; fogli, mani, dita. Stop.
Felix chiuse la porta per recarsi a pranzo. 

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