Capitolo XII: EPILOGO EMILIANO
Lo portai a mangiare un panino in un Mc Donald’s, pensando di farlo contento ma lui non toccò quasi cibo...
Scendemmo all’aeroporto di Bologna in pieno autunno. L’Europa continentale ci accolse con una spalmata di nuvole basse ed una punta di freddo. Affittai una macchina ma non prima di aver comprato a Samuel una giacca a vento gialla direttamente in aerostazione. Io mi ero infilato un pile verde trovato nello zaino. Dovevamo essere una strana accoppiata, conciati come la nazionale brasiliana.
Salimmo in auto e ci buttammo in autostrada, verso l’estrema Bassa parmense. Samuel guardava fuori e non staccava lo sguardo sulla teoria di campi coltivati, regolari come disegni, quasi eccessivi. A me irritava il numero esagerato di esseri umani che sguaiatamente occupavano spazio. Uscii nella viabilità locale, sperando di trovarne meno. Cominciai, invece, ad aggrapparmi ai chilometri.  
Non parlavamo. La luce grigia uniforme stava tingendosi del giallo delle lampade stradali. Samuel era serio. La mancanza di felicità era stata brusca e persistente. Non riuscivo a ricordare, e mi sforzavo di farlo, quando avessi visto la traccia del suo ultimo sorriso. Mi mancava il fiato. Rallentai. La bassa padana aveva un orizzonte così basso e opprimente. Nel cielo le nubi tappavano l’aria. In quel momento mi fu chiara la distanza dal luogo, dal pianeta, da cui provenivamo.
Guidavo tra le strade provinciali come sulle piste africane, ma c’era sempre qualcosa che interrompeva quella specie di cerimonia: un traliccio, un ponte, un centro commerciale. Lungo un rettilineo un cartello faceva bella mostra di sé.
45° Parallelo: metà strada  tra Equatore e Polo Nord.
Fermai l’auto. Samuel non mi chiese nulla. Eravamo arrivati. Troppo presto.
Come per uno scherzo, poche centinaia di metri più avanti si diramava il vialetto della cascina dei nonni.
Restammo in silenzio per minuti. Immaginai che Samuel avesse capito e che non mi chiedesse consapevolmente di percorrere quel tratto. La parola abbandono mi percuoteva le tempie. Sentivo che se l’avessi condotto in quel momento a casa, alla antica casa paterna, quelle mura lo avrebbero inghiottito, sputando via me. Lo stomaco era annodato, chiusi anche gli occhi. Fuori nulla. Solo un  respiro leggero.
Toccai appena il volante. La macchina si mosse, ma verso l’autostrada. Non aveva senso quello che stavo per fare. Non aveva senso ma la cascina sfumava dietro. Samuel si voltò. La pioggia cominciò a scendere.
- Non sarà poi così grave se ritarderemo un po’- Pensai, spegnendo il cellulare.
L’autostrada ci scavalcò su un viadotto. La strada era secondaria e deserta. Assaporai la lontananza fisica dal mondo. Eravamo solo noi due. Scorsi un breve sorriso complice sulle sue labbra. O perlomeno mi giustificai così.
Scendemmo in un motel non troppo lontano dallo svincolo. Mi sembrò una buona idea avere una via di fuga. Avrei deciso poi che direzione prendere. Lo portai a mangiare un panino in un Mc Donald’s, pensando di farlo contento ma lui non toccò quasi cibo. La luce era ormai scivolata nella sera senza traumi. La notte in Italia non è mai buia.
Lo guardai addormentarsi in un letto estraneo, e questo era prevedibile. Aveva uno sguardo estraneo e questo non me lo aspettavo. Rimasi appoggiato alla finestra. Guardavo la stanza riflessa nel vetro e l’umidità e il mondo, il mio, fuori. Fari indifferenti abbagliavano un cavalcavia. Nel parcheggio l’auto a nolo aspettava.  Aspettava che scendessi poco prima dell’alba con in braccio un fagotto giallo. Aspettava di poter veder chiudere oltre gli sportelli una povera storia tragica. Aspettava che io partissi verso una storia nuova, dall’assurda partenza verso un luminoso finale. –Si può fare- Sognavo.
Restai tutta la notte sveglio a capire come.

Quando scendemmo, i genitori di Giampaolo erano in piedi, alla porta della cascina. Accompagnai Samuel.
-    Siamo un po’ in ritardo. – Dissi.
La nonna mi guardò da capo a piedi, perforandomi con quegli occhi da donna emiliana che sembravano aver capito tutto.
Il nonno abbracciò il bambino e piangeva, mi parve. Pensai anche che forse stava esagerando. Ma mi morsi la lingua, immaginando che doveva aver avuto qualche dubbio, la notte precedente. Come me.
Adesso devo andare.”
Non si ferma a mangiare un piatto di tagliatelle?” 
Non era di quell’alimento che avevo bisogno.
Amedeo... Torna?” Disse lui.
Questo era il cibo di cui volevo nutrirmi.
Certo Samuel. Mi chiami e in due ore sarò qui.” Forse piangevo anche io.
Venga quando vuole a trovarlo, è casa sua. E porti anche la sua signora.”
La  mia signora... Cosa dirò alla mia signora? Quando mi chiederà: perché lo hai portato?
Perché?
Perché lo avevo promesso. Perché era logico. Perché non ne avevo diritto. Perché queste due brave persone non meritavano altro. Perché sono loro la sua famiglia. E perché non si può sparire nel nulla.
Lei allora resterà in silenzio come dopo un lungo pensiero.
-    Credi che sarà felice? – Dirà.
E io la guarderò con occhi interrogativi, pensando che l’amo.
L’amo perché sa sempre porre la domanda giusta.

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