Capitolo XI: OMBRA
L'incubo di sentirsi INutile e INcompleto
“Cara Irene,
quando sono partito avevo in mente soltanto la mia vita. Ribadisco la mia vita, non la nostra. Se avessi pensato a noi non avrei mai deciso di prendere quell’aereo. Ma, scioccamente, ero convinto che se non avessi adempiuto a una specie di precetto morale, se non avessi partecipato alla distribuzione verso l’umanità della mia fortuna, sarei stato colpito da una terribile maledizione. Ero arrivato al punto che nelle pieghe del mantello nero di un vecchio, e strano, compagno d’università, avevo visto l’angelo vendicatore che avrebbe perseguitato le mie notti. Avevo addossato a lui, o meglio al ricordo di quello che eravamo, il messaggio riguardo una mia fantomatica missione da compiere. Ho cominciato a pensare che mi attendesse un’altra vita al di là del mondo, che avrebbe potuto essere altrettanto mia di quella che stavo vivendo, o meglio, di più. L’incubo reale era quello di sentirmi inutile e incompleto, e assegnarmi un posto in prima fila in una comoda esistenza, ottusa e vuota. Visto da ora, da qui, tutto ciò mi appare nella sua luce più vera, una sequenza di raffinate e deliranti scuse. Qui non ci sono scuse che reggano, dopo tutto. Questo posto costringe a pensare, a riscrivere le storie, a rivedere le fondamenta. O a costruirle, se non ci sono.
Adesso è difficile distinguere un prima e un dopo, prima e dopo l’Africa intendo, perché quello che è successo qui è stato imprevedibile e devastante. Non riesco a trovare nessun paragone migliore di quello di una bomba. Non so se hai mai provato a immaginare quello che succede in una esplosione; fisicamente intendo. Qui le notti sono buie in un modo che ti dà le vertigini, prive come sono di ogni luce. Ebbene, è in questo buio che io ho visto e rivisto la mia sequenza dell’esplosione, come un filmato, come un documentario. Prova a pensare a una bomba che scoppia: a cosa pensi? Al botto, al rumore, forse a lingue di fuoco, al fumo, allo spostamento d’aria. Quello a cui non si pensa, a cui inizialmente non avevo pensato nemmeno io, sono i minuscoli frammenti di materia che la rendono così efficace. Una bomba non uccide con il botto, col fumo e nemmeno col fuoco, ma con migliaia di proiettili che chiamiamo schegge. Eppure automaticamente ci si tappa le orecchie e si chiudono gli occhi anche quando quei frammenti ti hanno ormai butterato il corpo. Capisci, io ho avuto paura del rumore dell’esplosione, ho cercato di nascondere gli occhi e forse scorderò le vampe, ma le schegge, le schegge non riuscirò mai a toglierle tutte. Rimarranno per sempre dentro di me.
E’ un pezzo di vita che non sono riuscito a controllare, che mi è capitata, e che ora non ho la forza di contrastare, e neppure il buon senso di incanalare. Mi sento trascinato, in attesa che mi capitino le cose. Come mi sono capitati i sentimenti di due perfetti estranei, che sono esplosi, senza metafore, e ora i loro brandelli mi si appiccicano addosso. Sono entrato nelle loro vite e ora non riesco ad uscire dalla loro morte. Perché, vedi, la morte non è una soluzione, se non per chi muore. Ed è chi resta che mi trattiene in questo posto.
C’è un bambino.
Si chiama Samuel ed è un piccolo tesoro sorridente. Mi è molto caro e sono seriamente preoccupato della sua sorte. E’ lui che è rimasto, e non voglio privarlo, in questo momento, anche della nostra piccola amicizia. Quindi, non tornerò subito. Non credo esista luogo al mondo, più che in quest’Africa, in cui la vita e la morte abbiano l’abitudine di intrecciarsi in un modo così consueto e frequente. Eppure anche il mondo visto dal fondo di una fossa mortuaria continua a vivere. E’ quell’Africa sottosopra che mi brucia la pelle e che non lenisce lo strascico di dolore e di assenza. Non ci si può abituare a questo dolore, in nessuna parte del mondo.
Restando qui ho avuto la sensazione sgradevole che l’Africa sia un enorme corpo vivo, che si nutra dei corpi dei suoi figli, che le si possa sfuggire, ma che, dopo tutto, non si possa evitare di amarla. Questo, alla fine, farà Samuel. Le fuggirà per tutta la vita ma tornerà per morirvi, per non privarla del nutrimento della sua carne; di questo sono certo.
Ma sto divagando. Comincio anche io ad assomigliare un po’ al vento degli altopiani: ho bisogno di spazio.
Dunque, Samuel verrà in Italia. Tutti i suoi cari lo hanno deciso per motivi diversi. I nonni africani perché sanno che è la sua migliore occasione, quelli italiani perché pensano che sia naturale vivere in un posto civile e non in mezzo a capanne di fango. Del resto Samuel è, più o meno, cittadino italiano. E, oltre tutto, corre veloce.
Non mi stupirei se allenato come si deve, entrasse nella nazionale di atletica e vincesse una medaglia olimpica: il primo mezzofondista italiano degli altipiani. Lo vedo, che vince e ride, camminando sulla pista tra i flash dei fotografi che lo immortalano coperto da un tricolore. Vedo anche me in quello stadio, nascosto nelle tribune, in mezzo ai tifosi. Mi piacerebbe essere nel futuro di questo bambino. Lo avrai già capito da sola, ormai. Tu capisci un sacco di cose.
Tuo Amedeo”

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