Capitolo IX: L’EQUATORE TAGLIATO
L’unica vera distanza è quella dell’anima...

Per settimane ho pensato con timorata insistenza alle parole di Giampaolo, sullo zucchero e sulla politica del governo. Non ne sono venuto a capo ma ho letto un rapporto in cui si citava l’aspettativa di vita media delle popolazioni rurali africane.
Quarantatré anni.
Non riesco a capire, forse perché non sono africano, forse perché non appartengo a un popolo assediato, forse perché non considero la globalizzazione un pericolo per la mia cultura, forse perché semplicemente non mi pongo il problema di stabilire se quaranta3 anni senza carie e disturbi di stomaco siano meglio di sessanta con una dentiera. Non riesco a rispondere, perché non vivo, se non da due mesi, in un paese che spende il quattro percento del suo prodotto interno lordo per combattere la diffusione della malaria. Non riesco a rispondere, perché per me il diritto alla salute, al lavoro, alla vita non sono una vittoria quotidiana, ma un dato di fatto, acquisito, scontato, scordato. Comincio a pensare che le domande importanti ma senza risposta stiano aumentando in modo preoccupante da quando ho tagliato l’equatore. Mi sforzo di essere cinico, mi aiuterebbe a ricucire questo strappo. Ma non ci riesco.
E poi c’è Giampaolo, che nel suo modo ruvido e scostante, una risposta deve essersela data, visto che invece di otturare molari a Bologna e lamentarsi degli studi di settore, ogni martedì siede su uno scranno di ebano grezzo e cura il sorriso nascosto di un popolo estinto, che lo retribuirà probabilmente con una cambiale di febbri malariche. Io non riesco a vedere altro che amore. Non c’è altra possibile spiegazione razionale se non l’irrazionalità del sentimento più antico e folle che quest’uomo, così tanto diverso da me da rassomigliarmi, prova per una donna e un bambino e in definitiva, per una intera nazione, completamente alieni e paradossali.
Alla sera lo guardo mentre si ricongiunge a questi esseri fragili e affascinanti e mi convinco che non potrò mai condividere questa scelta. Lo invidio ma allo stesso tempo ne ho paura, come se questo modo di vivere e di amare una vita diversa possano essere contagiosi, e che io stesso ne possa essere affetto, incubando tra i miei dubbi il germe di questo remoto oblio.
Mi stringo la testa mentre penso a Irene, che aspetta sdraiata al sole che io riemerga da questa inusitata immersione sul fondo del mondo. Chissà se avverte che non potrò essere altro che un turista di passaggio, solo un ennesimo fottuto spettatore.
Per non darmi ragione, visto che a me non piace poi tanto darmi ragione, mi sono buttato con ogni energia residua nel progetto per selezione dei cultivar di igname particolarmente resistenti. Keira compare, discreta e decisa, in mezzo a scartoffie e sementi, e con lei sembra avvicinarsi l’origine della vita.
“Keira, perché Giampaolo è rimasto?”
No! Non ho avuto il coraggio di porre veramente questa domanda. Mi piace immaginare che avrebbe risposto:
“Non lo so, però è qui.”
Giorni fa ho conosciuto i genitori di Keira. Hanno una bottega in India Street e sembrano molto anziani. Il padre mi ha indicato un vecchio sacco di caffè e mi ha detto che lo conservava perché è stato quello in cui misurava le granaglie che vendeva. Ogni carico era un mese di scuola per Keira. Poi ne ha indicato uno nuovo, mezzo pieno di cereali.
“Ticket for Samuel, to Italy.” Ha sussurrato, come per non farsi sentire dalla moglie. Forse anche lui percepisce che la strada verso casa di Samuel non è tracciata per concludersi su questi altopiani, ma molto più lontano. Eppure ogni posto remoto, come si dice, sembra lontano solo prima di esserci arrivati.  L’unica vera distanza è quella dell’anima che, per quanto mi riguarda è tracciata lungo un meridiano, e che ha un capo in un confortevole nido di cui sento meno mancanza di quanto mi sarei aspettato, e forse di quanto dovrei, e l’altro in una specie di accampamento in cui mi muovo da estraneo. 
In tutto questo, per una sorte bizzarra, mi trovo a selezionare verdure autoctone cercando di fare del bene. Mi sembra di sentire le parole di mia madre e mi fa strano di averle pensate in questo modo, come se il bene fosse quello che lei intendeva, un concetto universale, perentorio, e non quello che io temo, cioè una temporanea perturbazione del destino. Io non so se quello che considero una cosa buona, per cui mi sforzo di plasmare la realtà, sarà efficace, ma sono un agronomo e non guarisco le persone, non le educo, non le elevo, ma cerco di fare in modo che possano coltivarsi del cibo. Che possano nutrire se stessi. Per oggi penso che possa bastare. Devo andare a letto presto perché domani devo accompagnare Giampaolo con la sua macchina all’aeroporto di Arusha. Lui è, tutto sommato, un medico e quindi domani prenderà un aereo per andare a ritirare a Dodoma due sacche di blister di Artemisina officinale, un farmaco antimalarico, destinate alla sezione locale di qualche organizzazione non governativa che le distribuirà nelle zone dell’ovest.
Non ho idea del perché lo debba fare lui, un dentista, ma ciò non mi impedirà di portarlo all’appuntamento.    


AIUTACI

PATROCINI E PARTNERS


Co-edizioni cartacee Bazarsaggi e Bazarcollection


  :: chi siamo
:: contatti
Direttore Responsabile
Eugenia Romanelli
Responsabile News
Alessandra Caiulo
Responsabile Finanziario
Cristiana Scoppa
Graphic Designer
Cristina Manfucci
Web Master
Elisa Barbini
Powered by
i-node