Capitolo VII: Samuel, Capitolo VIII: Mother Africa
fatti un giro... Sei un dottore, ti rispetteranno.

Quando rientrai alla foresteria, trovai Keira in cucina
che stava preparando la colazione. Mi offrì un caffè. Accettai la tazza colma di qualcosa di simile a un percolato all’americana.
Bevvi.
Quando riabbassai lo sguardo dal fondo del caffè vidi un uomo.
Era un caucasico non identificato, che sembrava distinguermi appena attraverso occhi a fessura. Evidentemente si era appena svegliato. Si avvicinò di fronte e stette così, fermo, a osservarmi in silenzio. Cominciai a sentirmi a disagio. Ebbi la sensazione che lo facesse apposta.
“Jina lango Gianpol”.
Un baleno di silenzio, seguì. Keira acciottolava, unico rumore.
Mi indicai. “Amedeo... Piacere”. Tesi la mano e sperai.
Ricambiò la stretta e fece un cenno con la testa. Ciondolò verso la cucina, afferrò un mug fumante, appoggiò un bacio a Keira e si svanì. Lei non disse nulla.
Passai la giornata a preparare il mio soggiorno. Conobbi i dipendenti della stazione. Nessuno di loro abitava nel perimetro, solo un vecchio custode occupava un piccolo cottage separato.
Keira e Samuel tornarono a casa la sera stessa. L’uomo del mattino era tornato a prenderli per riportarli ad Arusha. Li osservai appoggiato alla porta. Il fuoristrada aveva varcato il cancello quando i freni si bloccarono. L’uomo discese e si diresse a larghi passai verso di me, che a quel punto mi ero irrigidito. Si piazzò di fronte a me come aveva fatto all’alba. Trasalii.
“Se ti interessa, potresti accompagnarmi nel mio giro, uno di questi giorni.”
Restai a bocca aperta, indubbiamente. Lui piazzò una risata robusta e tonante.
“Si, sono italiano! Sono un odontoiatra e, per completezza, il marito di Keira.”
“Molto piacere di nuovo... Non lo sapevo.”
Balbettai.
Mi assestò un paio di pacche sulla spalla. Io rimasi immobile come un fesso. Immagino che lo sembrassi pure, visto che Samuel dal lunotto mi salutava sganasciandosi dalle risate.

Nei giorni seguenti lavorai intensamente con tutta l’equipe locale. Alla sera leggevo i resoconti delle sperimentazioni e bibliografia agronomica africana. Mi stupii della ricchezza di idee e spunti che ne uscivano; e della assoluta penuria di mezzi per realizzarle.
Samuel compariva nel pomeriggio, dopo la scuola. Trottava tutt’intorno per il resto della giornata. Lo incuriosivo.
Forse gli era stato detto che venivo dal paese lontano dov’era nato il padre. Forse da quella mitica Bologna di cui altrettanto spesso mi domandava.
“Ni bolognese” diceva in un misto italo-kiswaili, gonfiandosi tutto.
Scorgevo Keira che ci guardava giocare. Teneramente.
Io pure l’avevo osservata. Non era stato necessario molto tempo per capire che era un’ottima agronoma, preparata e brillante. Trasmetteva a pelle una quantità d’energia e di passione che era impossibile non esserne travolti. Combatteva da anni la sua battaglia contro una natura ossuta e scintillante, per la quale il premio era la vita di una intera nazione. Avere successo come agronomo sopra il trentacinquesimo parallelo, significa migliorare percentuali in un bilancio, in Africa può salvare vite umane. Migliaia di vite umane.
– Più di un plotone di medici – Considerai, mentre Samuel mi crollava addosso, abbattendomi con la sua forza giocosa.
Ci rovesciammo a terra ridendo entrambi. E ridevamo ancora quando Keira raccolse il figlio di peso. La guardai concludere la sua giornata tra le braccia di suo figlio, accoccolato sul suo seno, mentre io, l’estraneo, mi affascinavo a esaminare il rigoglio del suo vigore.
Mi accostai alla porta del fabbricato centrale della stazione, basso come ho detto, e con una veranda rivolta verso il cancello. Mi addossai ad un pilastro per osservare le operazioni di carico. Se non fosse stato per la luce equatoriale, per la terra rossastra della valle, per le acacie della febbre, nulla li avrebbe distinti da una normale famiglia di New Orleans o di Marsiglia. Faticai per non mostrarmi troppo invadente. Samuel saltava da un collo all’altro dei suoi genitori e mi guardava con il suo sorriso pieno e festoso. Sembrava che fosse pienamente felice e io, nel mio assoluto ricordo di europeo insoddisfatto, dovetti distogliere gli occhi. Non riuscivo a capacitarmi del suo e del mio orientamento alla vita senza provare un pieno di vergogna e di imbecillità.
Non dovevo essere stato molto bravo a serbare le mie reazioni. Non mi accorsi che Giampaolo si era accostato.
“Domani.” Disse.
Non mi parve una domanda ma risposi lo stesso.
“Io... Penso di si, va bene.”
“Allora passerò alle sei.”
- Così tardi?- Pensai, ma un angolo della bocca credo che mi abbia tradito.
“Tutto sommato è meglio alle cinque e mezza, se non ti dispiace.”
”No, figurati...”
Abbassando lo sguardo.
Giampaolo non aveva aspettato il mio assenso. Era già al volante della sua esotica e ordinaria famiglia.
In pochi istanti fui solo nella sera che diventa notte. Restava nell’aria il profumo caratteristico di Samuel. Me ne accorsi nel momento in cui scivolava via, sottratto dalla brezza dell’altopiano. Sapeva di chiodi di garofano.


Alle sei spaccate il sole sorgeva. La macchina percorreva la strada, l’unica, in direzione ovest. Il sonno era mescolato col freddo e con l’ondulare della sede stradale. Giampaolo taceva. Dopo un imprecisato numero di chilometri, il fuoristrada imboccò una pista sterrata quasi invisibile. La strada prese a salire. Procedevano a passo d’uomo aggirando voragini e scavando nella polvere. Il motore ringhiava appeso alle ridotte. Giampaolo indicò una valle sul cui fondo, bruno e brullo, era disegnato un cerchio. Si avvicinarono dall’alto, planando. Giampaolo spense il motore e per un attimo la polvere prese il sopravvento, rannuvolando lo scenario. Comparvero 3 figure da un varco attraverso una palizzata, un incastro di cespugli nodosi. Lentamente il pulviscolo si depositò. I tre uomini, alti e secchi come pertiche, si mostrarono nell’esplosione del colore dei loro mantelli tradizionali a quadri rossi e blu. Erano carichi di ieratica semplicità, immobili e multicolori.
Giampaolo disse: “Aspettami qui.”
Si avvicinò ai tre con gesti amichevoli e signorili. Cominciarono una discussione. Amedeo era nervoso. Non capiva e non apprezzava. Qualche minuto dopo l’altro era di ritorno.
“Ho detto loro che sei un dottore che studia le piante. Non approfondire. Sono piuttosto suscettibili.”
“Andiamo bene!”.
Entrarono nel villaggio, un anello di capanne con, al centro, il recinto per il bestiame. Giampaolo si accomodò in una delle prime capanne e con la sua borsa degli strumenti, incominciò le visite. Amedeo lo seguì mentre spalancava bocche e controllava.
“Fatti un giro”. Senza guardare. “Sei un dottore, ti rispetteranno.”
Amedeo uscì all’aperto. I giovani pastori erano fuori con la mandria del villaggio e le donne preparavano cibo con i piccoli che ronzavano loro intorno. Bambine dai grandi occhi e completamente rasate vestivano l’abito tradizionale cremisi ornato di collane e diademi d’osso e perline dall’eleganza assoluta. Alcune, arrampicate sul tetto delle capanne erano intente a ripararne la copertura. Amedeo non aveva la macchina fotografica d’ordinanza ma si sentiva turista dentro, troppo per interagire con gli indigeni.
“Ho finito!”
Giampaolo lo colse alle spalle e lo fece esplodere dallo spavento. Una giovane donna rise.
“Tranquillo. Perché non entriamo?” Indicò una capanna grande.
“Vieni.”
L’ingresso era basso e l’interno, diviso semplicemente in due ambienti, era stranamente fresco.
“Ottimo isolamento termico, non trovi?”. Amedeo annuì.
“Se superi la barriera psicologica di vivere sotto un igloo di merda bovina, scoprirai che è molto confortevole.”
Giampaolo volutamente non trattenne il riso, di fronte all’espressione dell’altro.
“Con cosa credi che stiano stuccando le bambine la fuori? Sterco di mucca. La vacca qui è come il maiale in Emilia. Non si butta via niente.”
Entrò un masaai che ad Amedeo parve vecchissimo. Si sedette su uno sgabello e cominciò a discorrere con Giampaolo, anche lui seduto. Lo scambio di battute in kiswaili era continuo e cortese, con frequenti cambi di tonalità.
“Giampol says you italiano.” Sciabolò il vecchio senza preavviso.
Amedeo reagì con lentezza. “Italiano, si, yes. Italiano.”
Il vecchio annuì. Amedeo si distrasse. La conversazione soffrì una lunga pausa. Amedeo se ne accorse in ritardo e patì quando il vecchio fece un largo gesto nella sua direzione.
“Tu credi noi poveri o ricchi?” Immediato, inatteso, italiano.
Amedeo balenò occhiate di terrore verso Giampaolo che non reagì.
“Io... Io non saprei...”
“Tu non sa? You don’t know?”
Il vecchio espose il palmo della mano. Pronunciò alcune parole con tono definitivo. Poi:
“Giampol, my friend.” E indicò ancora Amedeo.
“Il capo dice: ricco è colui che fa normalmente cose eccezionali, povero è colui che eccezionalmente fa cose normali.”
Amedeo non sapeva che dire. E non disse nulla. Si sentiva seduto su un cuscino di rovi.
Il capo si alzò.
“I got six mke, sei moglie. And fourty cows.” Segnando quattro con le dita.
Senza dire altro uscì.
Rientrarono alla macchina mentre la vita del villaggio scandiva la fine della giornata.
“Il capo pensa che tu lo giudichi un selvaggio.” Amedeo non fece neanche finta di schernirsi ma resto a pensare.
“I masaai sono un popolo fiero e testardo.” Continuò. “Tu lo sai che cacchio ci fa un dentista qui, tra loro?”
“Cura i denti, immagino.”
Buttò li sapendo che non era quello il punto.
“Sagace. E sai come mai dopo secoli ai masaai è venuta le carie?”
“Le multinazionali?”
“Quasi.”
Lo sguardo di Amedeo era interrogativo.
“Sono millenni che questi popoli si alimentano esclusivamente con ciò che derivano delle vacche. Latte, poi sangue e carne, magari un po’ di miele commerciato con gli abitanti delle montagne. Invece, il governo ha ritenuto che dovessero avere una alimentazione più moderna, più varia. Quindi da anni manda cereali e zucchero. E poi gastroenterologi e odontoiatri. ”
La vettura riprese a rollare sulla pista sterrata. “Un panorama desolatamente simile alla politica di americanizzazione delle tribù indiane delle pianure. Grano invece che bisonti. E i masaai sono testardi come i pellerossa.”



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