Capitolo VI: Paura e sveLamento
Non ricordava che l’Africa fosse così larga... fu colto da un senso fortissimo di estraneità. Cosa ci faceva davvero in Africa Orientale?
All’aeroporto di Arusha c’era una macchina ad aspettarlo. Amedeo era strizzato dal doppio viaggio e non fece domande. Dentro, uomo al volante e, al posto del passeggero, una giovane donna. Tanzaniani. Entrambi.
Il panorama dell’orlo meridionale della Rift Valley non aveva nulla a che fare con il fulgore dell’entroterra di Zanzibar. Anche il silenzio dei suoi compagni di viaggio era diverso dal silenzio d’ebano del suo antico autista. Non ricordava che l’Africa fosse così larga. Il cielo, grande, rifletteva la luce calda dell’altopiano che si spandeva senza ostacoli, ondeggiando verso sud. A nord il massiccio del Kilimanjaro odorava di collina, mentre nebbie di calore serravano le cime.
Il viaggio fu silenzioso, monastico. Amedeo non aveva fantasia e la compagnia non era incline alla conversazione.
“My name is Keira.” Improvviso e dolce. Fu tutto.
Amedeo stava per rispondere ma la donna si era voltata verso la strada che beccheggiava, come ricavata su una striscia di lamiera ondulata.
Superarono l’abitato di Arusha e arrivarono ad un gruppo di costruzioni basse, in stile occidentale. Passato un cancello, lo spazio conteneva pochi alberi e poi campi coltivati. Era la stazione di agronomia sperimentale dell’università di Dar el Salam.
Entrarono rumorosamente nella foresteria e nel corridoio un veloce cucciolo d’uomo si intrufolò tra le gambe dell’uomo.
“He’s Samuel, my son”. Keira disse, quasi per caso.
Amedeo abbozzò un sorriso con esagerate oscillazioni della testa. Il piccolo, staccò uno sguardo ilare e stranamente commuovente, poi scomparve. Keira indicò la camera e lasciò Amedeo ad assaporare in solitudine la stanchezza del viaggio. Si lasciò sprofondare nella branda, essenziale, rincalzò la zanzariera e chiuse gli occhi.
Non riuscì ad addormentarsi. Alla fine aveva deciso, evidentemente. Non ricordava quale fosse stato il momento decisivo, finale. L’occasione di uno scambio tra università sembrava capitato a proposito, ma la decisione non era stata indolore. L’aveva privato del sonno, come ora, la stessa decisione, una volta presa, lo tormentava al contrario.
In ogni caso, si disse, stava a lui cercare di proteggere davvero qualche raccolto. Aveva usato le stesse parole con Irene, che lo aveva ascoltato, accarezzato ed accompagnato a Malpensa. Ma non aveva capito. Per la prima volta il suo mondo perfetto aveva mostrato una crepa. La sua compagna, al sicuro, oltre la linea del gate, non sorrideva. Forse Irene aveva solo paura, paura di non vederlo tornare. Sperò.
D’istinto ma furiosamente, fu colto da un senso fortissimo di estraneità. Cosa ci faceva davvero in Africa Orientale? Ebbe la nettissima impressione di aver fatto una stronzata. E il dubbio contribuì alla sua veglia, che si protrasse quasi tutta la notte. Il buio durò a lungo.
Albeggiava appena quando si decise ad uscire dalla branda. Scostò la zanzariera e uscì fuori, nell’Africa vera. Il sole, un sole meno caldo di come se lo era aspettato, sorgeva illuminando l’altopiano di quella luce, così dritta e nuda da sembrare artificiale. Spaziò lo sguardo su un susseguirsi di basse colline nere, mentre dietro alla stazione cominciava ad attecchire il tappeto verde che ascende verso il monte Meru. Si diresse verso la recinzione, verso le colline che ricordavano la regolarità di onde marine. Appena oltre il cancello, imboccò la strada che aveva percorso all’arrivo. Camminò a lungo per raggiungere la strada asfaltata. Voltatosi, traguardò qualche acacia che mimetizzava i fabbricati, ormai invisibili da quel punto. Amedeo cominciò lentamente a girare su se stesso, comprendendo che si trovava nel centro del silenzio e nella solitudine più assoluta che avesse mai sperimentato. Il nastro di asfalto si srotolava verso oriente ed occidente seguendo le linee sinuose dell’altimetria ondeggiante del luogo. Se l’equatore avesse avuto una forma e fosse passato attraverso di lui, quella strada lo avrebbe rappresentato perfettamente. Immaginò che la strada si perdesse indefinitamente a oriente e, dopo un inverosimile periplo, si ricongiungesse a se stessa, chiudendo il cerchio.
L’aria tremolava del primo calore. Confuso nel tremito dell’orizzonte, un punto scuro faceva insistentemente mostra di se. Amedeo lo vide e capii che stava risalendo la strada verso la stazione. Dopo un quarto d’ora aveva preso forma, si era materializzato in un ciclista che caracollava lungo la pista con una tanica di plastica sulla canna della bicicletta. L’osservò a lungo procedere con una andatura improbabile, mentre percorreva la traccia di una circonferenza terrestre, partito da chissà dove per andare verso il nulla. Ci volle ancora un’altra mezz’ora perché il ragazzo raggiungesse la traversa della stazione. Amedeo, fermo sul ciglio della strada lo osservava, mentre il telaio arrugginito strideva e le ruote cigolavano, ferendo la solitudine.
Arrivò all’altezza di Amedeo, gli sorrise e proseguì ad occidente, lento e deciso. Fu il suo primo contatto casuale col popolo che sorride.


AIUTACI

PATROCINI E PARTNERS


Co-edizioni cartacee Bazarsaggi e Bazarcollection


  :: chi siamo
:: contatti
Direttore Responsabile
Eugenia Romanelli
Responsabile News
Alessandra Caiulo
Responsabile Finanziario
Cristiana Scoppa
Graphic Designer
Cristina Manfucci
Web Master
Elisa Barbini
Powered by
i-node