Capitolo V: ONG
Forse non l’ho detto, ma da quel pomeriggio ho faticato a trovare ragioni per addormentarmi...

Irene dormiva. La guardai per qualche minuto, senza riuscire a decidermi a svegliarla. Così continuavo teneramente a spiarla mentre la testa mi rimbombava di pensieri clandestini. Rumorosi. Speravo che non sentisse i rintocchi che pulsavano dentro la mia scatola cranica, vuota e assordante come il vaso sonoro di una campana, che potesse continuare a dormire serena, senza che i miei improduttivi tormenti potessero intaccare la placida perversione del suo corpo addormentato. Frusciai verso la porta della stanza da letto e mi eclissai, sedendo, al buio, sul bordo del divano, nella penombra della notte, illuminata da un cospicuo spicchio di luna. Nella chiarezza delle tenebre rividi il mio recente passato, dalla scena del bar, alla crescente e incalzante insonnia. Perché, forse non l’ho detto, ma da quel pomeriggio ho faticato a trovare ragioni per addormentarmi. Progressivamente, il travaglio della memoria sembrava peggiorare la considerazione complessiva della mia esistenza. Uno stillicidio si sensi di colpa si stavano affastellando. Avevo cominciato a percepire diversamente la mia raggiunta stabilità. Si stava facendo strada l’ipotesi che la mia vita modestamente agiata potesse essere lo specchio di una incompiutezza reale dei miei valori. Gli stessi che avevo sistematicamente ignorato, sotto strati di concentrazione, determinazione, movimento. Adesso, alla fine dell’ascesa, superato quello che consideravo l’ultimo sperone di roccia, invece della vetta e dell’orizzonte aperto sulla pace del mondo, vedevo un desolato altopiano, vuoto e caliginoso, un nirvana al contrario, una ben studiata nemesi.
Ho passato una moltitudine di giorni, chiuso nel mio cubicolo accademico a riempire la scrivania di moduli burocratici e a navigare nel web. Una normale reazione, pensavo. Dall’interno dell’istituzione mi sembrava molto dissidente lanciare sguardi furtivi sul resto del pianeta. Il mondo fuori, come spesso succede, era semplicemente un altro mondo. Addentrandomi nel groviglio di notizie, immagini, collegamenti, ero scivolato nella palude di domande essenziali dalla risposta improbabile. Gli occhi scandivano orizzonti talmente evidenti che solo una forma di cecità culturale doveva avermi autorizzato ad ignorarli sistematicamente. Sulla mia scrivania, tronfio come un cuscino di raso rosso, giaceva il volume della mia tesi di dottorato. Si parlava di protezione integrata dei raccolti. In questo periodo mi sono chiesto insistentemente se fossero proprio i raccolti a dover essere protetti. E non piuttosto gli agricoltori ad aver bisogno di protezione, di difesa. Ma tant’è: le risposte impossibili non si trovano su internet.
Ero seduto sul divano, dicevo, e immaginavo nella luce della luna di ascoltare in sottofondo la chitarra di Pat Metheny e pensavo. Pensavo che visto da fuori, da sopra, non ero altro che un maschio occidentale e imperialista insonne, con una sinuosa compagna sprofondata tra lenzuola di raso nella stanza accanto e che il mio pensiero profondo, che mi teneva sveglio, era il tema di Last Train Home. Non era esattamente così, mi rendo conto, ma in realtà qualcosa non mi lasciava libere le vie respiratorie. Era la sensazione di impotenza colpevole di chi immagina, conosce e soprassiede. Seduto e immobile, diagnosticavo se davvero stessi perdendo l’ultimo treno per casa. Eppure ero in quella che avevo elevato a dimora, sul divano che avevo scelto, nella vita che avevo progettato da anni. La percezione non era stata improvvisa, non di meno il risultato si mostrava devastante.
Irene starnutì. Non potevo pensare che stesse ignorando il mio disagio, era troppo intuitiva per non capire che la stavo tenendo fuori dal mio personale terremoto. Dovevo affrontare la questione. Dovevo dirglielo in qualche modo, anche se sapevo che non avrebbe capito. Forse mi avrebbe accarezzato con condiscendenza, forse mi avrebbe aiutato, forse mi avrebbe perfino appoggiato. Ma non avrebbe capito.
Io stesso ancora non capisco. Abbracciare una idea così bizzarra e tagliente non è da me. Posso solo pensare che spesso ci si ponga la domanda sbagliata e, che per trovare una risposta impossibile si riesca a trovare la domanda giusta. Per mesi avevo scavato, cercando di scoprire le carenze di una esistenza praticamente perfetta. Avevo scandito i mali del pianeta per trasferirli nella mia, a ben vedere, inutile vita. Peccato che non ero io ad essere affamato, la carestia non era dentro di me. A nulla era servito navigare pervicacemente nella rete per trovare una qualche forma di ispirazione: era stata lei a trovare me. E non aveva il volto triste di una donna del Malawi, o il viso perduto di un profugo del Darfur ma l’aspetto asettico e accademico di una frase annegata nella presentazione di un progetto umanitario.
“L’Africa può nutrire se stessa.”
Pensavo ancora alla stessa frase quando, seduto sul divano, aspettavo il mio ultimo treno, mentre la mia compagna sognava.
Come può l’Africa nutrire se stessa?
Ecco finalmente una domanda che aveva senso porsi.


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