Capitolo IV: CrePa
una simpatica gita fuori porta...

Fu per un caso imprevedibile che Amedeo lo rivide. Erano passati più di vent’anni.
A quel tempo tutti erano universitari. C’era la Pantera, c’erano le occupazioni, c’erano un sacco di cose. Ma quella generazione, quella di Amedeo e molti altri, era troppo intellettuale per essere dirompente e troppo pigra per essere rivoluzionaria. Quella stagione fu una simpatica gita fuori porta, fuori dalla tipica noia fine anni ottanta, insomma abbastanza fuori. Ma c’era gente fantastica: contestatori celebrali, artisti concettuali, baudleriani e contrabbandieri d’assenzio. I caffè attorno a Palazzo Nuovo sembravano repliche del bar intergalattico di Tatooine in Guerre Stellari, quello dove suonava l’orchestra dei teletubbies e Jan Solo giocava a fare il duro con Luke Skywalker, ingenuo e adolescente. Ma era anche un posto dove poter parlare di poesia.
Amedeo aveva bucato un appuntamento con un collega e aveva consumato la batteria del cellulare in inutili tentativi di ricomposizione. Cercava, dopo anni, un telefono pubblico. Si trovò in via Verdi e varcando la soglia del bar ebbe la sensazione di essersi immerso, senza bombola, in una grotta sottomarina scavata nel passato. Il bancone, i tavolini e anche i panini sembravano quelli del 1990. Amedeo galleggiò in quel residuo inatteso di passato, guardandosi intorno. Immaginò di vedersi comparire davanti volti quasi dimenticati ma in quel momento mai così lucidi nella sua mente. Riusciva ancora a sentire le parole fruscianti della radio che trasmetteva il dibattito parlamentare sugli emendamenti alla legge Ruberti, il ministro della Ricerca Scientifica che aveva liberato la Pantera. Si sedette. Il tavolo era lo stesso da cui, in un delirio di fronda, aveva aspirato la pesantezza dell’aria di quei giorni, solcati da vere o immaginarie sirene di volanti della polizia.
Si dimenticò immediatamente della telefonata che avrebbe dovuto sistemare le cose con il collega. Le voci degli studenti, che ancora gravitavano in quel bar, costituivano un tappeto sonoro che lasciava spazio al resto dei sensi e permetteva loro di nuotare nelle sensazioni. Il cappuccino caldo del bar di via Verdi restituì ricordi sepolti. Riemersero le giornate passate alla biblioteca Solari, la sensazione dei passi notturni e clandestini sulle scale della sede di Lettere durante l’occupazione.
Fu in quella discontinuità temporale che egli passò di fronte alla vetrina. Fu improvviso come una visione. Amedeo lo guardò immobilizzato per pochi, eterni, secondi mentre scompariva dietro alla porta e ricompariva nella vetrina successiva. Era un fantasma. Vestiva lo stesso lungo mantello nero, assurdo già vent’anni fa. Indossava la stessa faccia lontana e seria, procedeva con lo stesso passo da monaco, il viso era, se possibile, ancora più scavato e sfaccettato. Sembrava tenere in mano un plico, Amedeo immaginò un fascio delle sue poesie metropolitane, lampi taglienti di respiro parigino. Irruppero ricordi di interminabili discussioni sul ruolo dell’arte, sui mali del mondo, sulla sofferenza, sul blues, sulla percezione artificiale dei viaggi lisergici, sulla fame fisica e morale.
In una congiunzione in cui la scorciatoia preferita alla gravità del mondo era uno spinello o una dose, il suo rifiuto era categorico e devastante. Amedeo ricordò in una scheggia di memoria le sue parole.
“La droga non è per me. Altera la percezione. Quello che voglio è: massima percezione, massimo dolore.”
La frase lo colpì come aveva fatto allora. Un gancio alla bocca dello stomaco delle sue certezze. Nessuna scorciatoia per la conoscenza. Nessuno sconto: occhi aperti e dolore vissuto fino all’ultima lacrima. Poi tutto diventava blues, tutto era sofferenza dell’anima.
Durante lo scorrere istantaneo della memoria, lui, lo spettro, era uscito dal campo di vista del presente. Era scomparso.
Amedeo, contorcendosi per allungare lo sguardo, pagò e uscì nella mattina invernale. Era emerso dal suo privato squarcio temporale e la città era tornata a sincronizzarsi con il rassicurante attimo contemporaneo. Non c’era nessuno degli spettri del passato. Niente che lo riportasse ad un tempo in cui, forse, il destino del mondo aveva un significato reale nello scorrere delle sue idee. La scena ritraeva invece un serio ricercatore universitario bloccato in una linda ed algida zona pedonale a lanciare sguardi alla ricerca di un essere estinto, mentre il resto dell’umanità locale lo guardava, scuotendo la testa.
Amedeo non si fermò a lungo. Il richiamo della vita quotidiana fu ammaliante. Ma restava un taglio, che sanguinava come una ferita aperta, da cui sgorgava memoria e disagio, come un tempo, come dopo dissennati pomeriggi passati a discutere di quanta fortuna si disponesse e quanto poco si desiderasse condividerla. E quanto a fortuna, Amedeo, era ancora in credito con la vita. Il suo mondo, la sua bolla d’universo, lo dimostrava con una chiarezza lampante. Elencò i suoi grumi d’infelicità e, senza troppa difficoltà, riuscì rapidamente a contarli.


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