CapitoLo III: EconoMia doMestica

Abito al quarto piano di un palazzo d’epoca indefinita ma non particolarmente recente. I miei vicini sono simpatici anziani signori e antipatici giovani bestioni. La distinzione si impone soprattutto al mattino quando la signora del terzo piano mi vede passare per le scale e mi saluta con un cenno nobile e misurato della testa; nello stesso continuo temporale l’orchetto dell’interno a fianco mi supera con la sua borsa monospalla firmata, e mi ignora. Ammetto di essere tremendamente snob e la cosa non mi dispiace. E’ una forma di protezione come un’altra. Avrei potuto scegliere un rottweiler, uno spray al peperoncino o una Glock. Avrei potuto.
Invece abito al quarto piano, scendo le scale a piedi, saluto con un sorriso la signora Italia, e non è un soprannome, grugnisco all’urukai calzato Diesel e, come ogni mattina mi occupo di trovare il mio posto nell’universo.
Irene al quarto piano è lì tranquilla che si guarda nello specchio e accende un'altra sigaretta.
Mi chiedo come facesse De Gregori a saperlo, ma è proprio così. Vivo con Irene, che è bella, magra e fuma. L’ho conosciuta a un concerto, a Roma, nemmeno a farlo apposta, di De Gregori. Eravamo sul prato dell’Olimpico e lei non riusciva a vedere. Mi ha guardato, ha scosso la testa e mi ha chiesto se potevo prenderla sulle spalle. Credo di averle risposto che l’avrei portata in spalla ovunque. La risposta deve esserle piaciuta perché si è fatta portare fino a Torino, poi. Ma quella sera fu indimenticabile: un tripudio di musica, carnalità e leggenda. Ricordo Rimmel in cui un unico animale mitologico siamese a due teste, quattro gambe, quattro braccia faceva ondeggiare un accendino con un unico movimento di membra variamente connesse. Fu un gran bel concerto.
Da quel giorno la mia vita è cambiata.
Questa è una frase che ricorre periodicamente nel mio subconscio. È la verità. In quel periodo la mia vita ha cominciato a muoversi, in particolare a oscillare come un pendolo, spostandosi al ritmo singhiozzante della linea Torino - Roma.
Poi un giorno ho detto:
-Irene!-
Ho detto proprio così:
-Irene! Non possiamo andare avanti in questo modo.-
Siccome Irene non capisce mai quando scherzo o dico sul serio, ho aggiunto:
-Non possiamo più permetterci di continuare ad accollarci l’intero esercizio finanziario delle Ferrovie dello Stato!. -
Le si è aperto un largo sorriso - Irene ha uno splendido sorriso, non sono obiettivo ma sarebbe bello se poteste immaginarlo –, mi ha circondato il collo con un abbraccio e non ha detto nulla, ma ha fatto cenno di si con la testa.
E la mia vita è cambiata.
Adesso viviamo insieme a Torino e lei lavora alla SIAE, Società Italiana Autori ed Editori, e si occupa di musica. Non ho la minima idea di come abbia trovato quel posto, e di come sia riuscita a francobollarcisi sopra. Io pensavo, prima, che i dipendenti di questi enti parakafkiani non andassero mai in pensione e quindi non morissero, al più che trasmigrassero la propria anima impiegatizia nel corpo disponibile di qualche altro dipendente. Invece Irene è la prova che questo non è vero: è sempre e comunque lei. Se l’anima di un ragioniere si fosse impossessata del suo corpo, l’avrei capito. Ma a volte mi chiedo se veramente lavori dove dice. O piuttosto sia un agente segreto, che mi usa come copertura e che quando io vado in facoltà lei si aggiri per appartamenti disabitati a fare la posta a ignari diplomatici importanti, che scelga finestre panoramiche e montando un fucile di precisione mi risponda al telefono che mi vuole bene ma che in quel momento è un po’ impegnata, che appoggi i suoi occhi verdi su un’ottica di fabbricazione israeliana e prema il grilletto. Poi scendo in via San Donato e mi rispondo che non c’è nessun diplomatico importante da eliminare nel raggio di centinaia di chilometri. Mi tranquillizzo e tiro avanti fino alla sera.
Mi chiamo Amedeo, qualche anno fa avevo una trentina d’anni, adesso ho sempre una trentina d’anni. Faccio il ricercatore universitario, da poco. Sono eterosessuale, da sempre. Mi piace fare immersioni subacquee, da un po’. Questo è quasi tutto.
Vivo con Irene, come ho già detto. Lei dice di amarmi per quello che sono. E io le credo. Io l’amo per un mucchio di ottimi motivi. Almeno credo. Conviviamo, more uxorio, da quasi due anni: un sacco di tempo, per i parametri di questo millennio neonato. Ogni tanto litighiamo, io esco a prendere le sigarette ma di solito rientro a portargliele, visto che è lei quella che fuma. Io mi accontento di soffiare il fumo aromatico di un Cohiba Lanceros in un ballon di Armagnac, ma solo nelle occasioni speciali. In altre occasioni preferisco aspirare nitrox da un erogatore: non sono ancora sicuro che sia più sano ma è sicuramente più sportivo.
Irene preferisce non immergersi; si sdraia a prendere il sole. Confesso che, quando sono sott’acqua, spesso non penso a lei ma quando riemergo mi pacifica vedere che lei esiste, che vigila sul mondo che abbiamo costruito ed è ancora li che mi aspetta.


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