CapiTolo II: Facoltà di Agraria

Grugliasco è un luogo di pianura. Un territorio gemmato dalla periferia della città, in cui il centro storico è quello di un borgo e il resto è espansione edilizia del secolo passato. Ma a differenza della città, dove la periferia si stempera in altre periferie, come in un limes di un impero privato, questa periferia scema nel terreno brado e piatto dei campi dimenticati.
Nessuno ci coltiva più, in compenso crescono, come abnormi funghi, capannoni identici di razionalismo post industriale: non troppo grossi, rigorosi parallelepipedi, senza finestre, con spazi desolatamente vuoti intorno e recinzioni di cemento.
E la pianura del terzo millennio si svela. Non c’è la città con le sue prospettive architettoniche a distrarre lo sguardo, non c’è ancora la montagna a verticalizzare l’orizzonte. Si percepisce lo spazio vuoto, la distesa che non ha bordi. Anche in una mattina nebbiosa. In mattine come queste, mentre l’auto fende la coltre appannata della caligine dentro il reticolo delle vie cittadine, pareti ne delimitano il percorso. Sputati fuori da Corso Francia, la scena si apre, le case svaniscono e resta soltanto una macchina cieca in un enorme batuffolo grigio. Si sviluppano straordinarie capacità extrasensoriali in queste situazioni: memoria, iperrealtà, astrazione. Si riesce, a volte, a costruire un micro universo spazio temporale costituito dall’abitacolo di una auto, da una semisfera ideale piena di una polidispersione di goccioline d’acqua, e da un piano, su cui è disegnato, per pura convenzione, un nastro color asfalto. Questo sistema di riferimento è potenzialmente infinito, in una pianura. Un universo virtualmente infinito in cui giace una persona sola. Forse x un caso o forse dalla mano ironica del Pianificatore Urbanistico, ma in questo il luogo di confine, non città ma neppure campagna, comparve, sfocata, la sede universitaria.
Nella mattina fredda, bardata di bruma, le microscopiche gocce d’acqua polidisperse fluttuavano nell’aria immobile, un fenomeno noto come sovrasaturazione.
Era mattina, era la facoltà di Agraria dell’Università di Torino, era la nebbia.
Amedeo ne attraversò l’ingresso, all’inizio di quell’anno accademico appena accennato, come ricercatore. Bella soddisfazione dopo anni di free climbing su lisce pareti quasi verticali, in cui i pochi appigli erano stati pomposamente battezzati contratti. L’ironia di certi fonemi è tagliente. Contratto: cinico participio passato di contrarre. Come se più che di un rapporto professionale si parlasse di una malattia. Amedeo tossì violentemente. Una nuvola di goccioline d’acqua si librò dalla giacca a vento: un gonfio cane verde che si scrolla dopo il bagno. L’atrio rimbombò, cavo. La mattina degli esseri umani non si era ancora fatta strada.
Amedeo non era alto, ma asciutto e discretamente tornito; tutto considerato, un accettabile esemplare di maschio umano non eccessivamente peloso. La fronte alta e i capelli corti esaltavano un discreto lobo frontale, che era stato evidentemente progettato per contenere una considerevole quantità di massa celebrale. Egli riteneva, non del tutto a torto, di possedere un quoziente intellettivo superiore alla media, messo a frutto, con operosi sforzi, nella ardua disciplina che porta il nome di Agronomia. Gli sforzi più intensi li aveva affrontati soprattutto per convincere la coppia di attempati, ma sportivi, intellettuali che lo avevano generato, figlio unico, che non voleva seguire le orme paterne nell’avvocatura, ne’ quelle materne nella letteratura, ma voleva fare il contadino. - Ma sei sicuro?- Aveva pigolato la letterata. -Almeno, prenditi una laurea! – Aveva tuonato il giurista. Aveva fatto in modo che almeno i suoi genitori potessero proferire con un grano di orgoglio le parole – Però è a posto con gli esami, Amedeo- dopo l’inevitabile – Ha voluto fare di testa sua, col fieul -.
Aveva fatto anche di più: un master e un Phd; una carriera spalancata in quasi tutte le istituzioni accademiche in ogni paese occidentale. Aveva aspettato 6anni un concorso da ricercatore. Il suo momento era arrivato, nel tipico stile sabaudo, in modo sobrio. Talmente atteso da configurarsi come liberazione più che come soddisfazione. In ogni modo restavano i suoi importanti studi sulla protezione integrata dei raccolti. L’università di Torino stava pensando di dedurne il titolo di un master. Amedeo in quella mattina, oltre a qualche ostentata formulazione scientifica, non stava pensando assolutamente a nulla. Aveva creato e tagliato in due un universo intero, aveva percepito la rotta come un navigatore della Gilda Spaziale, aveva, incidentalmente, vinto un concorso da ricercatore. Per un microscopico attimo rubato, nel silenzio di un edificio ancora vuoto, voleva provare la sconosciuta sensazione di appagamento. Semplicemente. Non ebbe il tempo di esserne deluso. Gente variopinta e sbuffante comparve all’altro capo del corridoio. Amedeo strinse le spalle e, nell’attimo che scodinzolava ancora al suo fianco, cominciò la giornata.


AIUTACI

PATROCINI E PARTNERS


Co-edizioni cartacee Bazarsaggi e Bazarcollection


  :: chi siamo
:: contatti
Direttore Responsabile
Eugenia Romanelli
Responsabile News
Alessandra Caiulo
Responsabile Finanziario
Cristiana Scoppa
Graphic Designer
Cristina Manfucci
Web Master
Elisa Barbini
Powered by
i-node