Capitolo I: Turismo troPICale

La prima volta che ho raggiunto l’Africa Occidentale è stato per guardarla da sotto, non sopra.

Il volo intercontinentale mi scaricò all’aeroporto di Zanzibar insieme con un nutrito gruppo di turisti carichi di i-pod e di videocamere. Sulla scaletta, l’isola tropicale mi scaricò addosso un invisibile muro di umidità appiccicosa. Ero in un altro emisfero e quello doveva essere il tipico saluto australe. Sbuffai e scesi. Si camminava direttamente sul piazzale, a piedi, in fila indiana, dall’aereo verso l’aerostazione, come figurine di un cinegiornale degli anni sessanta. Soltanto che il secolo era diverso e l’aereo era un Boeing 767 e non un DC-3 bimotore ad elica. Recuperai le mie valige, scaricate da donne grigie e affilate, su tavolacci di legno che mi ricordavano con spietata precisione i banchi dei mercati rionali. Vedendo le nostre valigie occidentali, marchiate come vacche fosforescenti con ferrades di imbarazzante ripetitività, adagiate su nude assi di legno vecchio, percepii distrattamente un simulacro di paradosso. Poi, infastidito, come se fossi stato scoperto a osservare qualcosa di imbarazzante, recuperai la borsa con la muta e il mio nuovo computer subacqueo mai provato prima.

I residenziali dei vari tour operator ci accolsero come capi scout, ci contarono e smistarono in suv sovrabbondanti e condizionati, condotti da postiglioni con la pelle e l’espressione color antracite. La carovana tagliò i giardini dell’aeroporto e abbandonò la città per battere strade che si spogliavano man mano di ogni elemento superfluo. Prima le case, poi i segnali stradali, i paracarri, fino all’asfalto e infine una superficie uniforme su cui far passare le ruote. Scorrevamo caRAcoLLanDO come una fila di cammelli d’acciaio attraverso una pista di terra, le cui buche, enormi come il debito pubblico dell’Algeria, cessarono al limitare dell’area del resort.
All’interno del recinto, si era ritornati in Europa, o perlomeno, in una topografia europea incastonata in un panorama Africano. Un nugolo di facchini, governanti e
concierges si occupò del nostro smarrimento. Con cortesia internazionale ci deposero nelle nostre stanze. Fu il primo contatto con la popolazione locale. 

Dell’Africa e degli africani mi interessava, tutto sommato abbastanza poco. Non ne facevo una questione antropologica, non cercavo giudizi o conferme, semplicemente non era per quello che mi ero fatto otto ore di aereo. Mi interessava provare la mia attrezzatura da sub, mi interessava giocare con il mio computer. Mi interessava rubare l’attimo di un luogo che si presentava meraviglioso e non avevo in programma di assaggiarlo.

La meraviglia, in senso estetico, era autentica e continua. La foresta equatoriale si appoggiava su un rilievo a scarpata sulla costa come una splendida mulatta vestita di verde con il seno appoggiato alla ringhiera di un balcone. Sotto una distesa di sabbia albina a perdita d’occhio in direzione nord-sud, mentre a est l’oceano indiano si degnava di aggraZZiarsi scivolando all’interno di una barriera corallina infinita. La mente sembrava viaggiare a una velocità supersonica, che non era in grado di seguire l’infinito apparente del nastro animato delle bellezze naturali. Ricordo che chiusi gli occhi per smettere di immagazzinare e cominciare a godere.
All’interno della mia testa tutto era perfetto: il villaggio, i sorrisi, il tramonto, la brezza. Oltre le palpebre chiuse, il sole regolare dell’equatore scialacquava in quell’oceano sconosciuto gli ultimi raggi. Alle 18 in punto scomparì come la metà di una arancia in un frullatore. Immediato fu il freddo.

Bussarono alla porta della mia camera, uno elegante e spropositato locale di cinquanta metri quadri. Un drappello di domestici con cafetani, curiosi copricapi e guanti bianchi cominciò a chiudere fuori dalle finestre l’Africa. Con metodo teutonico, disinfestarono con enormi bombolette di gas l’aria della stanza; insaccarono materasso del letto dentro una zanzariera imperiale; accettarono qualche moneta e scivolarono oltre la porta. Il paradiso aveva i suoi piccoli angeli caduti, dispettose zanzare anofele, che a dispetto delle minute dimensioni, sono cacciabombardieri da picchiata biologici, carichi di milioni di ordigni microscopici al plasmodium, un protozoo piuttosto antipatico e invadente che uccide due milioni di africani all’anno, perlopiù bambini, e infastidisce qualche decina di migliaia di turisti. Infatti, io mi trovavo in una stanza disinfettata, tra le lenzuola di un enorme letto matrimoniale, difeso da una zanzariera aromatizzata al piretro, con una scatola di Lariam da venti euro nel cassetto, mentre i quattro domestici locali stavano in giro, al tramonto, a proteggere incauti turisti caucasici per uno stipendio pari a meno della metà di quella stessa somma. 

Dormii profondamente al riparo delle mie barriere, ignorante e puro.

Ero assolutamente solo.

 


AIUTACI

PATROCINI E PARTNERS


Co-edizioni cartacee Bazarsaggi e Bazarcollection


  :: chi siamo
:: contatti
Direttore Responsabile
Eugenia Romanelli
Responsabile News
Alessandra Caiulo
Responsabile Finanziario
Cristiana Scoppa
Graphic Designer
Cristina Manfucci
Web Master
Elisa Barbini
Powered by
i-node