cApitolo II: ricordo vaghis...simo
Il tappeto di foglie immobili nel cortile della scuola crocchiava irreale sotto le sue scarpe...
I ragazzi che fino a qualche istante prima lo avevano arato con le loro corse erano spariti.
Il solco lasciato alle sue spalle dai suoi mocassini si richiudeva sospinto da una folata brezza autunnale. Prima di lasciare la propria comoda cattedra aveva dato, senza ironia, una mezz’ora di vantaggio al mondo certo che, prima o poi, l’avrebbe raggiunto.
Camminava sconsideratamente, la testa appesa a ciondolare su pensieri futili e fragranti. Pensava all’amore.
Pensava all’amore dei diciottenni, romantico, sciocco, libero di sbattere, contorcersi e dilatarsi fino al dolore.
Pensava all’insensibilità dell’amore, al suo egoismo, alla distanza che scava dal mondo. 
L’amore è una catena alimentare. Zoologico ma corretto. Il grande mangia il piccolo.
L’attrazione sensuale per la fulva ventiduenne ingloba il casto bacio sulla guancia rosata della tredicenne. Non può fare testo, poi, lo scoprire che la tredicenne di allora è adesso una splendida donna e che si prova una sottile gelosia nel vederla passare per strada, insieme al marito...
Howard alzò la testa e non vide nessuno.
....Mente la fulva, con tanto di gambe tornite e florido seno, si è, nel frattempo, trasformata nella più agitata rompiscatole della storia recente.
Quella sera Howard arrivò a casa, depose la cartella, chiuse la porta, si dimenticò completamente di prepararsi la cena. Si sdraiò sul divano a occhi chiusi e ripensò a se stesso che entrava in casa, deponeva la cartella, si toglieva la giacca, accendeva lo stereo, metteva una teiera sul fuoco, apriva il frigorifero e a tutta la sequenza di operazioni attinenti ad una sera come quella. Delicatamente, questa volta senza nemmeno chiudere gli occhi, Howard decise che avrebbe lasciato correre i propri squadroni di pensieri attraverso il campo di battaglia, limato dalla luce trasversale dell’imbrunire, che aveva preso possesso della sua testa, e avrebbe ordinato loro di muovere alla ricerca dell’accampamento nemico, ovunque esso fosse. La ricerca ebbe inizio. E prese la forma del ricordo, vaghissimo, di come l’occorrenza di una visione, la sensazione di una presenza, la percezione di delicate afrore, possa risultare così violentemente forte e vera. Nella sua immaginaria scena si materializzavano stratificazioni di ombre, come veli di polvere su una cassettone dimenticato in una soffitta. Sulla superficie del legno si disegnavano onde quasi impercettibili e contorni e figure; dentro i cassetti un intero universo pareva sul punto di esplodere da un momento all’altro, dispiegando una volta per tutte il mistero di un incontro. Se di incontro si poteva parlare, visto che nemmeno lui stesso, prof. Howard Caxton era sicuro che fosse realmente accaduto.

Accaduto... cosa?
I sensi sono organizzati in una gerarchia convenzionale ed efficace, che definisce come vero, anzi + vero, qualcosa che si tocca, rispetto a qualcosa che si veda soltanto e poi via via verso l’udito, il gusto e l’olfatto. Quindi come si può assegnare un minimo di attendibilità a qualcosa, o qualcuno, che si sia soltanto percepito e forse odorato?
Mise il naso nella tazza che, non si sa come, era finita tra le sue mani. Il the ristagnava, amaro e freddo. Curiosa assonanza con altre sensazioni. Amara e fredda, questa definizione calzava perfettamente con una opaca raccolta di ricordi recenti. Un sorso per confermare le stesse, spiacevoli esperienze.
Non era sempre stato così. C’era stato calore e dolcezza, c’era stata passione, forse affetto. Ma era stato tanto tempo fa, anche lo spazio era stato diverso.

Era Londra, erano gli anni '90, musica grunge, cantine, birra e spinelli.

Howard guardò con compassione il sigaro che reggeva distrattamente tra le dita.
Sam era rossa, pazza e favolosa.
Ma era roba del secolo scorso. Adesso c’era la scuola, la casa con giardino, la musica classica e i sigari.
E Samantha era rossa, saccente e noiosa.
Non si erano sposati, non vivevano neanche insieme. Lei, assistente sociale, continuava ad avere a che fare con storie di disaffezione e droga ma l’occhio era diventato clinico. Anche con lui. Sua madre aveva perso la speranza di organizzare un bel matrimonio e sopperiva preparando arrosti di tacchino e pasticcini da the. Niente di strano che Howard si lasciasse invadere, senza offrire resistenza, a sogni romantici e stucchevoli; che permettesse al lavoro di permeare le sue giornate anche contro la sua volontà.
Sulla credenza campeggiava la posta della settimana: pubblicità, rendiconti bancari e qualche opuscolo di qualche Reale associazione. Senza traumi i fogli colorati prendevano posto nello spazio ad dessi destinato, una capiente scatola di cartone, anticamera della raccolta differenziata. Un ultimo depliant osservava dall’alto della scrivania la misera sorte dei propri colleghi. Howard focalizzò per un attimo l’attenzione su uno. Un attimo dopo si stava versando una ulteriore amara tazza di the.

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