orTodonZia inversa
Capitolo XII...

La mattina stentava ad arrivare. Howard, supino, indugiava. Sam dormiva profondamante. Howard, infine, si sfilò dal letto senza far rumore. Sulla porta lasciò cadere uno sguardo arruffato e teso, sul quale resistevano tracce della tenerezza del giorno prima. Nella sua testa rossa, tutto ciò che valeva la pena era già successo. Sam stava sognando. Prese nota con la sua biro d’argento del luogo, la infilò nel taschino, e uscì.
L’alba era inzuppata di rugiada. La giacca, di lana irsuta, pativa. Salì in macchina. La strada era poca, ma non deserta come avrebbe sperato. Un fastidio suburbano lo aggredì. Sentiva proprio quel momento, non accettava intrusi. Nemmeno Sam.
La club house era prevedibilmente deserta. Non ebbe difficoltà a superare la bassa siepe che la divideva dal punto topografico. Il sole si era deciso a sorgere e, forse, avrebbe asciugato la nebbia. L’area era piatta, incolta e brumosa. Si sedette tra le basi delle radici di una quercia. Erano le otto quando arrivarono.
Un corteo giallo di macchine per il movimento terra. Una coorte di operai incominciò la giornata lavorativa. Howard si alzò e sfoderò tutta la propria impotenza. Il punto indicato dalla nota stava per essere rivoltato da benne e vomeri. Alle nove e quindici partì il fragore dello scavo. Alle undici e quaranta un tumulo di terra movimentava il paesaggio. Gli operai spensero tutto e andarono a pranzo. Il silenzio fu spettrale.
Camminò verso il punto esatto che aveva segnato. Un buon metro cubo di terra bruna era stato estratto. Si avvicinò alla buca. Un alveo sepolcrale, pensò. Mentre il sole indugiava sul meridiano si chinò sulla terra smossa. Una scatola metallica, che gli ricordava certe caramelle all’anice, ne spuntava.
 “Allora ce l’hai?”
Balzò in piedi. Davanti a lui, Martin Pembrock ansimava, come avesse rincorso un appuntamento.
“Che cosa?”
Si affacciarono l’un l’altro.
“Io credevo che il pacco me lo avessi mandato tu.”
“Ho chiamato Dourado mesi fa e gli ho detto che, probabilmente, saresti passato a prendere una cosa.”
“E perchè lo hai fatto?”
“Me lo ha chiesto lei.”
La nebbia scese sul cantiere, improvvisa, celando il dipanarsi della antica brughiera.
Howard sapeva di chi parlasse ma prese volutamente tempo.
“Chi?”
Pembrock sorrise ad un allievo poco dotato che non riusciva a chiudere la dimostrazione del teorema di Pitagora.
Non lo disse.
“Dove sei stato? Sono settimane che sei sparito. Dal giorno di quella dannata conferenza.”
“Ci sei stato, allora. Piaciuta?”
“Pem! Che stai dicendo?”
“Non ti è piaciuta, vero? By the way, per quello che mi riguarda ho partecipato ad una regata.”
“Una regata? Mi prendi per scemo?”
“Ma è vero: la Transat. Da la Rochelle a Salvador de Bahia, quasi tremila miglia di oceano. Siamo arrivati.... ventottesimi... A sei giorni dal vincitore. Ero a Bahia il 7. Sono appena tornato. Non ero sicuro di poter essere qui ed ora.”
Howard non riusciva a capire. Non aveva spiegazioni, ma percepiva che in quel brillare di tempo sospeso tutto gli apparteneva. Come la scatola metallica. Se la ritrovò in mano, quasi dimenticata.
“Perché?” Disse.
“Potrei dirti che c’era un appuntamento, oggi; che lei aveva bisogno di qualcuno che fosse qui mentre qualcuno scavava in questo luogo dopo più di duecento anni; che quel qualcuno, alla fine, sei stato tu.” Indicò la scatola.
“Siamo, sei qui per quella.”
Osservò la scatola sporca di terra, paradossalmente priva di ruggine. Voleva scuoterla, ma delicatamente la custodì.
Camminarono insieme attraverso la foschia; il terreno sembrava enorme. La strada poteva essere sparita o lontanissima. Un sentiero improbabile e un ancestrale muro a secco comparvero dal nulla, dietro una conca. Lei giaceva seduta con la veste a corolla di fiore presso una fonte paradossale. Potevano vederla mentre si avvicinavano ma era di spalle, rivolta verso l’acqua. La luce indiretta e grigia non impediva di osservarla distintamente, sul bordo dello stagno, senza ombra ne immagine riflessa.
Si voltò piano. Howard ne riconobbe il viso senza sorriso. Lui, con pura devozione allungò la mano con sopra la scatola. Ella rimase ad osservarla, commossa e grata.
“Aprila per lei.” Sussurrò Pembrock.
Con gesto solenne Howard svitò il tappo. Il contenuto tintinnò.
Un basso e pallido sole si lasciò sfuggire un raggio che colpì la penna metallica nel taschino di Howard. Brillò come la piastra di una cavalleresca armatura da parata.
In un fragile frammento di infinito, riconobbe i trentadue frammenti di una eburneo sorriso, che lei, timida e decisa coprì con una mano.
Quello che sembrava una antica promessa mantenuta chiuse tutti in un cerchio di perfezione. La dama, i suoi cavalieri, la loro devozione, il pegno di un violento antico destino.  Respirarono insieme, per un istante, la stessa aria. Poi lo squarcio cominciò a chiudersi. Erano ancora immobili quando ella, leggiadra e pacata, si voltò per l’ultimo sguardo a quel mondo non suo, e sfumò.  Dalla labbra rosate, finalmente dischiuse, facevano capolino bianchissimi denti.


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