Nuit Blanche
capitolo IX...

Howard rilesse nella notte seguente la messe di fogli. Era rimasto in casa di Sam e aveva occupato il bovindo. Sam e il suo scetticismo erano spariti. Ricomparvero col fischio della teiera alle sei e quaranta della mattina dopo.
Una testa rossa fece capolino nel vano della porta.
“Mi aspettavo di trovarti addormentato.”
Howard avrebbe sperato in qualcosa di + ammirato e in una tazza di the fumante. Sorrise sollevando coraggiosamente pesantissime borse sotto gli occhi. Sam capì.
Mentre Howard soffiava e sorbiva immerso nella nuvola di vapore di the, ella chiese: “Trovato qualcosa?”
“Forse.”
Pausa.
Sam stava per sparargli per quei 20 secondi di silenzio ma, inspiegabilmente, aspettò. Alla fine fu lui a dover parlare.
-Dobbiamo andare a Parigi.- Howard affermò. Sam, nonostante fosse in assoluta concentrazione, fu sorpresa.
- Dobbiamo? – si riprese velocemente.
Non la fa mai facile, by jove.
- Si, Dobbiamo. -

La ville lumière era al massimo del suo splendore elettrico. La città era un immenso palcoscenico illuminato a calce.
Sam alla fine l’aveva seguito, senza spiegazioni. Il suo uomo le aveva ordinato di seguirlo e lei aveva obbedito. Paradossale. Non aveva molta importanza se l’aveva fatto per un sottile senso di curiosità morbosa inappagata o per sottomissione; l’aveva fatto e basta.
La notte era appena cominciata. La gente imperversava per le strade del quartiere latino. Sciamava nelle strade, quasi prive di automobili, come il getto d’acqua di una enorme fontana. Era come di giorno ma diverso. Le bocche sorridevano e l’argot diventava quasi simpatico. Gli occhi erano colmi di riflessi da luna park ma il ritmo generale non era di carnevale ma da gita scolastica. Festoso. Leggero.
Howard e Sam passeggiavano da ore attraverso la notte che diventava fonda per la cité, attraversando la Senna avanti e indietro come su un filo che rammenda un’asola. Da Rue de Rivoli piegarono verso Rue du Renard. La selva di tubi intitolata a Pompidou faceva ombra a uno degli eventi che volevano raggiungere.
“Marepe propose une performance en accompagnement d'une installation monumentale de Vermelho-Amarelo-Verde-Azul. Deux hommes se battent habillés d’une combinaison-sac emplie de ballons multicolores”, citava la guida.
L’impressione era quella di una gigantesca icona di lampada anni 70’, quella con le bolle colorate che si muovevano in un tubo mescolandosi e disgregandosi con fluida continuità.
Dopo dieci minuti si stufarono.
Nella piazzetta attigua una minuscola piattaforma recitava da palcoscenico.
Pochi istanti e gli attori uscirono tra la gente e cominciarono, senza preavviso, come se la rappresentazione fosse una gemmazione della realtà, una bolla di tempo improvviso. Lo spettacolo, a differenza del resto della città, era illuminato da torce e candele. Il ritmo era intriso di lunghe pause, in cui il pubblico, attento, non osava fiatare. La scena poteva essere un rito massonico ridotto all’essenziale, privo di maschere e uniformi. L’attenzione era tutta sulle formule rituali e sul ritmo dell’espressione dei corpi e delle ombre proiettate sui muri e sugli spettatori. La musica tribale, un percuotere di timpani e percussioni, faceva guizzare le ombre. Lingue di fuoco accerchiavano la ragione, lampi occulti, perversioni magiche.
Nella sequenza di gesti eleusini, incomprensibile fascinazione, Howard montò una sequenza di indizi su una traccia. Prese Sam per mano e galleggiando imboccò rue Saint-Martin, la guidò oltre la Senna in Rue de la Huchette.
Lei lo guardava ammirata e stupita, come se tutta l’esperienza irrazionale fosse, in quella notte rovesciata, improvvisamente convogliata sulle spalle lievemente cadenti del suo uomo. E lei ne fosse spettatrice privilegiata. Non capiva. Ma come spesso succede di fronte a una storia intrigante, il desiderio è di continuare ad assistervi, non di capirla.
Howard intanto colloquiava telepaticamente con l’enorme plico di stampe estratte dai segreti di Pembrock. C’era Parigi, c’era una data Nuit du 1 au 2 octobre 2005, c’era un nome. Marcel Dourado. E proprio lungo la Rue de la Huchette, una insegna. 
“Dourado Antiques”.   
Durante la Nuit Blanche succede anche questo. Che un appuntamento di un altra persona, in un luogo sconosciuto e remoto, senza scopo apparente, in un orario assurdo, sia rispettato. 
Monsieur Dourado quando li vide entrare si rettificò gli occhiali. Erano soli. La coppia si muoveva volteggiando al rallentatore tra il brocantage senza commenti e, con somma evidenza, senza guardare nulla. L’antiquario attese paziente diversi minuti.
“Madame....”  
Sam sorrise ubriacata. Howard si avvicinò e disse in inglese lineare e scandito:
“Mi manda Mr. Pembrock.”
Dourado piegò la testa. Howard intuì che sapeva, ma che aveva scoperto il bluff.
“Allora lei è Mr. Caxton, n’est pas?”
Sam svenne. Howard rilasciò la vescica, preziosamente vuota. Non seppe rilanciare.
L’antiquario, con gesto misurato si sottrasse e ricomparve con un piccolo pacco. L’appuntamento era per lui.  


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