caPitolo III: Pints and Darts
...Howard focalizzò per un attimo l’attenzione su uno. Un attimo dopo si stava versando una ulteriore amara tazza di the...

Sam non si sarebbe fatta vedere per qualche giorno, impegnata in un congresso chissà dove. Il pomeriggio di settembre stava passando lento e silenzioso.
Ci si accorge di quanto sia profondo un silenzio nel momento in cui venga rotto.
Howard se ne accorse quando squillò sguaiatamente il telefono.
Era la scuola e immediatamente una serie di sinapsi crearono il collegamento con Pembrock, un fottuto distinto gallese nonché insegnante di matematica.
Pochi giorni prima, egli aveva avuto la perversa idea di invitare Howard a bere una pinta all’Oscar Pub e Howard aveva avuto la pessima idea di accettare. 


Si erano incontrati fuori dal locale, lievemente imbarazzati.
Nella loro scuola le uscite tra colleghi erano rare e plenarie. Pochi instauravano rapporti di amicizia bilaterali. Entrarono nel pub accolti dal calore e da una leggera nebbia di luppolo e malto. Si sedettero ad un tavolo non lontano dalla dart board.
3 ragazzi stavano giocando e i due professori li spiarono. Il rumore di chiacchiere e bicchieri sbattuti formava un magma ben distribuito e denso. Pembrock parlava allegramente di piccoli fatti di scuola, di allievi, di altri professori. Caxton rispondeva sbrigativamente. Il flusso di liquido alcolico li accarezzava, ma nessuno dei due si era ancora deciso a traghettare due belle pinte dal bancone al loro tavolo.
La sorte fu decisa della matematica e, due mani gallesi recarono una guinness e una bishop.
Dopo la prima pinta, Caxton gli confessò che lo aveva sempre ritenuto un rompiscatole, ma che in fondo era un buon diavolo.
Il giro successivo, due guinness perché dopo una guinness il resto sembra acqua, fu offerto da Howard ed erano già tutti e due piuttosto allegri.
“Ma tu sei felice, Howard T. Caxton?”
Howard nascose la faccia dietro la birra.
“Io non sono così convinto che la realtà che stiamo vivendo sia la migliore possibile. Tu credi che sia la migliore possibile? Avanti!... Credi che non ci sia un’altra realtà possibile! Come tutti. Come tutti noi, del resto, non è vero?”
“Io non so cosa stai dicendo, Pem! Non so cosa dirti, perché non so cosa mi hai chiesto.”
“Non lo sai, perché non sei in grado arrivare al tuo corpo astrale, al tuo mediatore plastico.”
“Pem, sei completamente ubriaco.”  
“Assolutamente si. Ma tu sei completamente cieco.”
“Sono sensato.”
“Sensato! Sei dotato di sensi, questo è vero. Ma non li sai usare. Questo mondo, questo....ambiente, ci rende insensibili. La tecnologia, il progresso non sono la direzione giusta. Io ero come te, prima. Poi ho cominciato a guardarmi attorno, e dentro.”
“Sono contento per te.”
“Il punto non è questo. Io so cosa devo fare, dove devo andare. Sei tu che non hai ancora aperto la tua mente.”
“Mi ricordi uno di quei predicatori televisivi.”
“Ascolta professore, tu devi assolutamente andare.”
“Dove?”
“A una conferenza, mio caro.”
“Pensavo peggio.”
“A una conferenza tenuta dal dottor Furthermore.”
“Argomento?”
“Esoterismo, per giove.”
“Tu sei completamente fuori strada.”
“Tu sei ignorante, professor Caxton. Gli ignoranti hanno paura. La paura è il sottobosco dell’abitudine, della schiavitù. Non aver paura; conosci. Dopo potrai darmi dello scemo.”
“Io non ho paura.”
Mentre pronunciava quelle parole Howard, in un attimo di lucidità, capì che Pembrock lo aveva fregato. 


Riappese il telefono e si riassettò per la promessa gita a Reading.
L’autobus ciondolava come la testa di un vecchio bassotto. Howard era seduto in fondo, posto classico da gita scolastica. Arzigogolava pensieri assolutamente improduttivi per passare il tempo mentre le ombre dell’ondulata campagna del Berkshire scorrevano oltre i vetri dell’automezzo.
La piega del Tamigi, quasi nascosto nell’orizzonte piatto ed erboso, circondava le costruzioni modernamente uniformi del Thames Valley Park, sopra le quali erano appuntate le insegne di famose società modernamente tecnologiche.
Le prime case della periferia di Reading erano basse, sbreccate e stinte.
Le vetrine di negozi e botteghe non avevano nulla di attraente, se non il privilegio di essere atemporali, perfettamente intonate con le tinte smorzate della sera di un giorno di nuvole basse.
Su queste costruzioni invecchiate occhieggiavano selve di antenne paraboliche, nere. Conferivano un tono lugubre all’unica nota di futurismo.
La pioggia, una pioggerella invadente ed inutile, cominciò a sporcare di lunghe tracce liquide le superfici vetrate del mezzo pubblico. Howard in silenzio osservò un ragazzo di origine indiana che camminava senza ombrello e sorriso in direzione contraria. Impassibile, gli scivolò a fianco quasi alla stessa altezza delle sue spalle, immerso nell’umidità della sera, con il volto rigato da strisce di acqua piovana. Senza darsi una spiegazione Howard immaginò che stesse piangendo. Un attimo dopo, con un colpo di freno, l’autobus si fermò al capolinea della rail station.
Howard scese senza alcuna fretta, aprì l’ombrello e si diresse con flemma tipicamente britannica alla sala conferenze della locale Reale Biblioteca.


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