24 02 2012
Inchiesta a cura di Sophia Ricci, Greta Bongrazio, Ester Vinciguerra
 
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Un percorso sicuramente difficile, pieno di ostacoli, ma non impossibile. Si procede a tentoni, il traguardo è ancora lontano ma si va avanti e il gap tra partecipazione maschile e femminile allo sport professionistico e dilettantistico si riduce di anno in anno.

Il tema si fa stringente soprattutto in vista delle Olimpiadi estive, che si terranno a Londra dal 27 luglio al 12 agosto 2012 e che si preannunciano, secondo le prime indiscrezioni, un punto di non ritorno sulla strada della parità tra i sessi, almeno in ambito sportivo.

Tutto inizia agli albori del ‘900 quando per la prima volta un’esigua partecipazione femminile fa capolino nel mondo rigidamente maschile dello sport. Da lì un graduale succedersi di tappe importanti e conquiste inaspettate, che hanno dimostrato quanto ogni discriminazione sia ingiusta e infondata.

Nel 1960, alle Olimpiadi di Roma, gli uomini erano 241 e le donne appena 34 ma, nelle edizioni successive, l’affluenza del gentil sesso ha conosciuto un incremento insperato. Sul momento in pochi si resero conto del potenziale di queste donne, relegate ai margini della società e considerate un’incredibile eccezione.

“Fra maschi la concorrenza è altissima, dobbiamo pensare alle ragazze, sono loro che ci regaleranno le future medaglie” - affermò profetico negli anni ‘80 Mario Pescante, poi presidente del Coni. E aveva ragione: i tempi stavano cambiando.

Alle Olimpiadi di Atene del 2004 le donne sono 4158 su 10500 partecipanti, a Pechino nel 2008 la loro presenza è quadruplicata e, per la prima volta, ottengono un significativo pareggio di medaglie d’oro.

L'ascesa delle donne nel mondo dello sport è il sentore di un’affermazione a tutto tondo: lo sport è stato un input fondamentale, il punto di partenza di una scalata progressiva nella società, nel lavoro e nella politica. La corsa dei record femminili è senza dubbio legata a un discorso culturale di auspicabile parità tra i sessi: ricchezza, forza delle passioni e fatica per conquistare i traguardi sportivi hanno da sempre accomunato uomini e donne, ma solo nei tempi più recenti al cosiddetto “fattore D” è stata data la possibilità di emergere.

Le Olimpiadi di Londra se non un traguardo costituiscono senza dubbio un capitolo fondamentale di una storia ancora tutta da scrivere. Non si può dire che la coltre di pregiudizi dai quali le donne nel corso dei secoli si sono costantemente dovute difendere sia stata spazzata via, ma siamo a buon punto. L’apertura alle donne della boxe, sport maschile per eccellenza, è sicuramente un segnale forte.

A dir poco sorprendente è anche la vicenda di Dalma Rushidi Malhas, un’atleta giovanissima, campionessa di equitazione e originaria dell’Arabia Saudita. La sua partecipazione ai giochi olimpici potrebbe significare una vera e propria consacrazione dell’evoluzione complessiva della figura femminile. L’Arabia Saudita ha sempre impegnato delegazioni di soli uomini e mai prima d’ora aveva preso in considerazione la possibilità di concedere a una donna una così importante occasione. Secondo il quotidiano saudita “al-Shorouq”, la decisione di far partecipare Malhas alle Olimpiadi di Londra 2012 è dovuta alla pressione del Comitato Olimpico Internazionale, che ha minacciato di escludere il Paese dai giochi se non avesse presentato almeno una donna in gara. A noi invece piace pensare che non si tratti di un’imposizione, ma che la forza dello sport abbia prevalso sul potere politico grazie a una donna e proprio in un paese che della discriminazione tra i sessi fa ancora oggi la sua bandiera. Un passo da giganti quindi, che ha un valore di gran lunga superiore a qualsiasi vittoria o medaglia e che rende giustizia alla dignità della persona, a prescindere da sesso e nazionalità.

Ma la “rivoluzione rosa” non è solo quella di atleti di professione e ori olimpici: le donne continuano a migliorare i livelli di attività rispetto ai maschi anche a livello dilettantistico, secondo quanto emerge dalle statistiche del Coni. Il dato più interessante si riscontra tra le donne che praticano sport in modo saltuario: nel 2010 ci sono 71 donne per 100 uomini, mentre solo 5 anni prima il rapporto era di 61 donne per 100 uomini.

Un confine dunque che diventa sempre più labile. Forse i tempi stanno davvero cambiando.

Oggi che i trionfi rosa si moltiplicano, il cuore della gente torna a correre dietro a storie di atlete come Federica Pellegrini, Josefa Idem, Valentina Vezzali, Francesca Schiavone, capaci di inchiodare al televisore milioni di spettatori.

Donne di sport che vincono medaglie e che si ritagliano uno spazio nella storia. Donne che attraverso lo sport realizzano le loro ambizioni e cambiano il costume. Donne, atlete nell'olimpo dei campioni.

Non solo sensualità e fragilità, come vuole lo stereotipo, ma donne in sintonia, donne che giocano in squadra, donne che di lealtà, merito, grinta e sacrificio hanno fatto la propria religione. Donne in grado di emergere e di affrontare le sfide, protagoniste nello sport come nella vita.

L’attenzione alla disciplina agonistica al femminile è una realtà in continua crescita, nonostante il perpetuarsi di una certa sudditanza mediatica nei confronti dello sport maschile. Noi crediamo che le atlete non abbiano nei media e nella società in generale la considerazione che meritano, nonostante i brillanti risultati conseguiti. Probabilmente la causa è da cercare in una fase storica che penalizza particolarmente l’essere donna.

Proprio per questo motivo, l’obiettivo del nostro lavoro è far brillare l’azzurro in rosa alle Olimpiadi di Londra 2012.



Donne e uomini nello sport: una parità da costruire

Da anni ormai nel panorama dello sport italiano i successi più prestigiosi portano l'inconfondibile impronta femminile. Federica Pellegrini, Eleonora Lo Bianco, Josefa Idem e Valentina Vezzali: sono proprio le donne a tenere alto l'onor patrio.

Ma è importante accendere i riflettori su un altro aspetto di questa realtà che difficilmente trova spazio sui mezzi d’informazione: sono spesso le più bistrattate da media e sponsor, salvo rarissime eccezioni, e le leggi non le aiutano, dal momento che per loro la via del professionismo è quasi del tutta preclusa.

Eppure, basta guardare agli allori e ai successi conquistati negli ultimi anni per comprendere che, piuttosto che ai margini, le donne sono da tempo sugli scudi dello sport italiano.

Il mondo dell'agonismo declinato al femminile non è idilliaco come molti pensano e le atlete si trovano quotidianamente a dover fare i conti con pregiudizi e limiti istituzionali.

Le associazioni sportive faticano infatti a trovare un trattamento adeguato nei confronti di un'atleta-mamma. Troppo spesso la maternità viene considerata la naturale conclusione di una carriera sportiva e non si riesce a tutelarla nell’ottica della programmazione pluriennale di una sportiva di livello. L’infondatezza di tale atteggiamento è dimostrata dal fatto che, secondo alcuni studi, dopo il parto il fisico si rafforza. Basti pensare che a Sidney, nel 2000, numerose delle atlete partecipanti erano divenute madri da poco e l’edizione è stata scherzosamente chiamata “l'Olimpiade delle mamme”. Il problema è stato apertamente denunciato dall'Associazione Assist- Sindacato Nazionale Atlete in un comunicato stampa, “Il diritto ad essere madri!”.

La legge vigente (n. 91 del 1981) delega infatti la regolamentazione delle attività sportive a titolo oneroso e con carattere di continuità alle federazioni sportive nazionali, le quali non tutelano affatto le donne, costrette a vivere di sola passione e di esigui rimborsi spese, oltre che di contratti di natura privata che, per dirne una, prevedono di norma il licenziamento in tronco nel caso l’atleta rimanga incinta. La causa di tutto ciò va ricercata nel fatto che gli sport professionistici sono pochi e prettamente maschili e questo esclude la maggior parte delle atlete italiane da garanzie lavorative. Sono professionisti solo gli uomini, tutte le colleghe non hanno nessun diritto. Chi sceglie lo sport come professione non deve rinunciare solo a essere madre: non avrà diritto a una pensione, zero contratti collettivi, nessun trattamento di fine rapporto, niente assistenza sanitaria. Né tanto meno alcuna forma di assicurazione per la vecchiaia, l’invalidità o il decesso.

Meno importante, ma sicuramente d’aiuto nel comprendere la gravità della situazione è la questione montepremi: poco importa il talento, i guadagni per le donne sono sempre inferiori a quelli maschili, qualche volta addirittura la metà. Nonostante lo Statuto della federazione Atletica vieti montepremi differenti, nella prassi ciò avviene. Come ha raccontato la campionessa di ciclismo su pista, Vera Carraro: “L’oro dei mondiali valeva 20 mila euro contro gli 80 mila della gara maschile”, un quarto. 

Siamo messe peggio di colf e badanti” – afferma Josefa Idem, campionessa di Kayak che ha rappresentato per cinque volte l’Italia alle Olimpiadi. “Dal 1990 sono italiana a tutti gli effetti e subisco le vostre leggi: se ottengo il risultato mi pagano, altrimenti nulla. Ho avuto il raffreddore per due settimane e basta questo per rallentare i miei allenamenti e mettermi in difficoltà visto che, se mi ammalo, non mi tutela nessuno”. “Mi considero una lavoratrice autonoma – spiega – ho la mia società e guadagno grazie agli sponsor. Quando guardate le Olimpiadi e tifate per la medaglia d’oro all’Italia sappiate che, spente le telecamere, torniamo a essere precarie a cui vengono stracciati i contratti se rimaniamo incinte”.

La necessità di una legge quadro che affronti l’insieme delle problematiche esistenti si fa quanto mai pressante, alla luce delle sempre più importanti soddisfazioni che le donne danno al Paese e nell’ottica della rinnovata energia che un reale trattamento di pari opportunità potrebbe dare al mondo dello sport italiano.

1) Alle Olimpiadi in gonna? E’ polemica.

Per la prima volta nella storia delle Olimpiadi, quest’anno a Londra 2012 ci sarà anche la boxe femminile, che era rimasta l'unico sport presente ai Giochi esclusivamente al maschile: in tutto ci saranno 36 donne che saliranno sul ring. Si è addirittura parlato di “svolta storica” per una disciplina che da oltre cento anni di storia ha dovuto fare i conti con alcuni luoghi comuni del maschilismo. Ma a suscitare polemiche è stata la richiesta della Federazione mondiale di pugilato che vorrebbe far indossare alle atlete delle gonne al posto dei classici pantaloncini. Come la tre volte campionessa del mondo Katie Taylor: “Credo che sia vergognoso che ci vogliano obbligare a indossare queste minigonne. Perché non possiamo indossare i pantaloncini come gli uomini? Non voglio indossarle, non metto minigonne nemmeno quando esco la sera, figuriamoci su un ring!”. Dello stesso parere l’inglese Nicola Adams: “La boxe è sempre stata in pantaloncini corti. Non vedo perché dovremmo indossare delle gonne solo perché siamo donne". Decisione controversa, che sicuramente farà discutere fino al prossimo agosto.

(Spot Adidas Impossible is nothing Muhammad Ali vs Laila Ali)

 

 

2) Questione di priorità!

 

La prosperosa tennista romena Simona Halep inverte la tendenza: in un mondo in cui l’immagine, e in particolar modo la generosità di madre natura, sembrano contare più di qualsiasi altra cosa, lei sceglie lo sport.

La diciottenne, che in passato aveva sempre dichiarato il suo "malessere" per un seno davvero troppo ingombrante, nell’autunno del 2009 ha deciso di ricorrere alla chirurgia per ridurlo, scatenando il rammarico di centinaia di fan.

Prima di lei aveva fatto scalpore la scelta dell’australiana Jana Pittman-Rawlinson di rimuovere le protesi al seno, impiantate dopo la nascita del primo figlio: due volte campionessa del mondo nei 400 ostacoli, confessa di averlo fatto per migliorare la sua performance alle prossime Olimpiadi di Londra.

In un’Italia in cui si è stati costretti a ricorrere alla via legislativa per porre un freno al fenomeno dilagante delle protesi al seno per le adolescenti, che lo sport serva da lezione.

 

3) Troppo forte: non può esser donna!

A Berlino, nel 2009, durante i Mondiali di atletica nella specialità 800 metri donna, vinse la medaglia d’oro con una impressionante facilità. Con una tale facilità che la Federatletica Internazionale pensò bene di revocarle la medaglia conquistata e dare il via a numerosi accertamenti sull’atleta, tesi a stabilirne l’esatta appartenenza di genere. “L'umiliazione di Caster Semenya è il simbolo dell'azione sessista della Iaaf visto che ha minato il valore dei risultati ottenuti dalle donne” - ha detto Butana Komphela, presidente della Commissione sport del Parlamento sudafricano. Dopo aver completato gli esami medici, è stato confermato che Semenya potrà regolarmente partecipare alle gare di atletica femminili. Senza dubbio l’atleta sudafricana di soli 20 anni, ha fisico, movenze, potenza atletica simili più a quelli di un uomo che di una donna, ma le regole del gioco dovrebbero essere insindacabili.

4) Corsia di sorpasso!

Lo sprinter più veloce di tutti, ai Giochi Olimpici dell'anno 2156, sarà una donna. Lo predice un professore dell'università di Oxford. Alla testa di una squadra d'esperti di matematica e altre discipline, ha paragonato i tempi delle medaglie d'oro olimpiche maschili e femminili dell'ultimo secolo, scoprendo una regolare tendenza: il gap delle donne sugli uomini si va progressivamente accorciando.


Se il trend attuale continua allo stesso ritmo, si prevede che tra centocinquanta anni le donne correranno più veloci degli uomini. Non è categorico ma la tendenza è reale e ci sono buone probabilità che accada. Secondo calcoli più precisi, le donne otterranno un risultato di 8,079 secondi contro gli 8,098 secondi degli uomini. Molti sono coloro che esprimono scetticismo nei confronti della tesi di Oxford adducendo a giustificazione sostanziali differenze fisiologiche tra i due sessi. Ad oggi, un sorpasso tra i sessi, pur rimanendo molto improbabile, non è così utopico.

 

 

 


 

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