Le mammole

Elfo Puccini, sala Bausch | 18/30 gennaio

 

Le mammole

(prova o ripetizione di un dramma romantico)
di Michel Marc Bouchard

traduzione Francesca Moccagatta

regia Lorenzo Fontana

con Nicola Bortolotti, Fausto Caroli, Andrea Collavino, Lorenzo Fontana

Giancarlo Judica Cordiglia, Luigi Valentini

 

luci Cristian Zucaro
assistente alla regia/dramaturg Valentina Diana

produzione 15febbraio con il sostegno di Sistema Teatro Torino

Nella sala Bausch dell’Elfo Puccini va in scena Le Mammole, produzione della compagnia torinese 15febbraio, una formazione indipendente che, sotto la guida di Lorenzo Fontana e Valentina Diana, indaga la drammaturgia contemporanea più inedita e inconsueta sui palcoscenici italiani. Alcuni anni fa il regista aveva già proposto con successo Les Escaliers du Sacré Coeur di Copi (applaudito anche all’Elfo) e I manoscritti del diluvio di Michel Marc Bouchard, in collaborazione con Valentina Diana.

Le mammole è ambientato nel 1952 in una prigione del Quebec dove un gruppo di carcerati mette in scena la storia di uno di loro, il vecchio Simon, accusato di omicidio. Simon non ricorda nulla dei momenti precedenti l'accaduto. Ad assistere alla messinscena viene chiamato l'unico testimone del fatto avvenuto quarant'anni prima, diventato col tempo un alto prelato. Sarà lui, confessando la sua colpa, a liberare Simon dal peso di aver creduto, per tutto quel tempo, di essere il responsabile della morte del suo primo amore.

«Le mammole, prova o ripetizione di un dramma romantico è un testo che ho letto molti anni fa, incuriosito dalla versione cinematografica che mi capitò per caso di vedere al festival di cinema a tematica gay “Da Sodoma a Hollywood”.

Col tempo la mia percezione di quella drammaturgia è molto cambiata e trovandomi dopo anni ad avere l’occasione di metterlo in scena ho capito che la mia urgenza, rispetto a quella che poteva essere anni fa, era radicalmente differente.

Quello che ho pensato, immaginando il gruppo al lavoro, è stato un impatto il più crudo e spoglio possibile, sia con lo spazio che con la storia. Ho chiesto agli attori di lavorare con l’assenza degli elementi, con un’idea di teatralità essenziale, esattamente l’opposto, in qualche modo, di quello che è la materia drammaturgica, ricca di rimandi barocchi, di dialoghi spesso lunghi e articolati. Con Valentina e gli attori abbiamo cercato di arrivare a rendere tutto il più “necessario” possibile, a volte anche spaventandoci per le scelte drastiche che la strada scelta ci obbligava a fare. Ma era proprio questo il senso del lavoro: la ricerca di una rappresentazione fatta di relazioni e di conflitti. Abbiamo tralasciato tutti gli aspetti melodrammatici, cercando di concentrare la nostra attenzione sul percepire in ogni momento il fatto che stessimo rappresentando qualcosa, cercando di osservare quello che succedeva, lasciando più spazio ai silenzi e all’improvvisazione.

Stando in scena così, quasi senza appigli, era davvero solo il pubblico il nostro interlocutore, come nel testo per i carcerati/attori lo è Monsignor Bilodeau. Un pubblico posizionato molto vicino allo spazio scenico, per preservare gli aspetti di intimità della storia e dei rapporti, che in un’ altra condizione sarebbero andati perduti».

Lorenzo Fontana


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