LIBRI | BANCONE VERDE MENTA di Simona Baldanzi | recensione di Ciro Bertini

BANCONE VERDE MENTA
di Simona Baldanzi
(Elliot. 234 pp., 16 euro)

Chi scrive recensioni sa bene che per onestà intellettuale bisognerebbe dichiarare – come premessa o a margine, fa lo stesso – il tono dell’umore al momento in cui ci si è accinti a fruire di un’opera. E’ vero, spesso manca lo spazio. Ma ancor più vero è che spesso subentra il timore che il valore critico ne risulterebbe deteriorato. Vorrà dire che questa volta correremo il rischio, dichiarando che avendo subito un uno-due emotivo – la morte disseminata su Viareggio a un passo da casa e, altrove, la perdita della madre del migliore amico – abbiamo affrontato la lettura di questo libro in preda a uno strisciante disagio esistenziale, un intermittente tremito interiore da si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.
Ebbene che fortuna, in queste condizioni, essersi imbattuti nella scrittura fresca, piena di grazia e al contempo di cose essenziali, di Simona Baldanzi! Bancone verde menta è il romanzo-diario-reportage composto da Monica, free-lance con vocazione per le inchieste sociali, in risposta al mandato del proprio capo di descrivere luoghi che abbiano una qualche attinenza col tema giornalistico di S. Valentino. Insomma, l’occasione via via sempre più consapevole per passare in rassegna, interrogandosi, gli amori passati, presenti e quelli ancora allo stato embrionale, verso uomini, città e territori.
Il vero punto di forza è proprio il personaggio narrante in prima persona di Monica: determinata e introversa, candida senza essere sprovveduta, sognatrice che non perde mai di vista la realtà; così innamorata della vita, da essere capace di rinnovare ogni volta l’apertura al mondo, di invaghirsi a prima vista di un particolare inaspettato e da lì partire con i cinque sensi spalancati per sentire il più possibile finché è possibile. La sensazione è che poco importa che i luoghi siano la Marsiglia di Izzo, la Genova di De André, la Barcellona di Mario Benedetti, il Salento della taranta o il natìo Mugello: se ci vengono restituiti con le giuste parole per dirlo - intrisi di colori, suoni, odori - è perché è qui che Monica si è innamorata. Così come i suoi uomini, che non a caso chiama tutti Mioamore, pur essendo nessuno la replica dell’altro, anzi semmai tipi assai diversi. Monica, insegnando ballo in una casa di riposo e raccogliendo ingredienti in giro per il mondo per arricchire i cocktails di colui che sta dietro il bancone verde menta, ci fornisce l’esempio prezioso – senza per questo ritenersi affatto speciale - di quanto a contare nella vita siano la cura che mettiamo nelle cose di ogni giorno e l’attenzione che diamo agli altri. E che è possibile navigare in mare aperto verso orizzonti utopici, tenendo ben fermo il timone dell’integrità individuale. (Ciro Bertini)
                 
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