LIBRI | "GORGO" di Gianfranco Bettin | RECENSIONE di Ciro Bertini

GORGO
di Gianfranco Bettin
(Feltrinelli. 156 pp., 13 euro)

Ci sono pagine di questo libro che mettono i brividi. Anzi, di più: insinuano un terrore che, come un cubetto di ghiaccio a contatto con una materia incandescente, si trasforma in liquido disagio che percorre rapido tutto il corpo. Sono quelle di pura descrizione di quanto accaduto la notte del 20 agosto 2007 all’interno di una villa di Gorgo al Monticano in provincia di Treviso. Nessuna ricostruzione letteraria potrebbe essere più efficace nel rendere l’efferatezza e la brutalità consumatasi dell’algido linguaggio tecnico-burocratico dei rilevamenti  di polizia e dei referti medici. Una coppia di anziani coniugi, giardinieri-guardiani di un’altrui proprietà, sorpresi nel sonno nella dépandence da tre balordi, vengono trucidati (la donna addirittura seviziata di fronte al marito) e si spengono dopo lunga agonia. Un destino tremendo fa sì che il primo ad accorgersene, una guardia giurata durante il  suo giro di controlli, nel dare l’allarme chiami il capo-servizio in centrale. Che altri non è che il figlio delle due vittime, costretto così a vivere in diretta un incubo: se fosse la scena di un film, la fiducia dello spettatore nei confronti della veridicità di questa concatenazione di immagini sarebbe messa a dura prova. Ma tant’è. Così come appare subito incomprensibile – ammesso che possa mai esserlo una manifestazione di questo tipo – tanto dispiegamento di violenza, sia in relazione alla modestia del movente (un bottino da 3.000 euro) che alla pressoché assente reazione da parte di vittime inermi. Insomma, un accanirsi da bestie feroci, che si possono chiamare così – come dice Gianfranco Bettin – purché si ricordi qual è da sempre, di tutte le bestie, la più tremenda.
Del resto è l’estate delle rapine in villa e della percezione sempre crescente di insicurezza nei confronti della propria incolumità degli italiani, di cui ravvisano responsabile l’orda di immigrati che ha invaso l’Italia negli ultimi anni. E siamo nel nord est, modello di sviluppo economico sotto osservazione interessata per l’impennata di ricchezza che ha prodotto in poco tempo, baluardo italico in grado di sopravvivere alla concorrenza del mostro CinIndia. Una terra da cui fino a qualche decennio fa la gente fuggiva nel mondo in cerca di fortuna e che ora, nel volgere di qualche lustro, è passata dall’aratro al SUV, dall’inamovibilità della Democrazia Cristiana nella gestione del potere alle rivendicazioni autoctone della Lega, dalla messa domenicale ai pusher di cocaina. In altre parole, una comunità che ha subìto un terremoto sociale, dove il controllo del territorio non è più diffuso – attività svolta da ogni cittadino a tutela dell’interesse comune - ma delegato a fantomatiche ronde di volontari. Immaginarsi la ridda di reazioni scomposte e deliranti non appena, quasi subito, si individuano i responsabili: due albanesi e un romeno.
Gainfranco Bettin, sociologo, romanziere e amministratore veneto, inquadra la vicenda in modo complesso, mescolando la cronaca alla storia e le statistiche alle azioni individuali. Denunciandone lo sprovveduto uso demagogico per alimentare la paura tra la gente, ma anche riferendo dettagliatamente l’attività di chi si rifiuta di perdere la testa. Ricordandoci che nella stessa zona, nello stesso periodo, sono stati commessi delitti altrettanto terribili senza che ciò abbia purtroppo sollevato la popolazione; ma, soprattutto, che la più tremenda di queste bestie umane, quella macchiatasi delle gesta più crudeli, non è stata acciuffata dalla giustizia italiana. E che forse non lo sarà mai, mina libera di vagare nel mondo.                                                 
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