NOVITA' in LIBRERIA | Ciro Bertini e Bazar presentano: BONJOUR TRISTESSE di Françoise Sagan (Longanesi)

Ciro Bertini e Bazar presentano:
BONJOUR TRISTESSE
di Françoise Sagan
(Longanesi. 160 pp., 15,50 euro)

Una delle poche regole certe e condivise del recensire impone l’uso della forma impersonale. A spingermi a una parziale deroga a questo dogma è la prefazione di Valeria Parrella. Che racconta di aver letto “Bonjour tristesse” una prima volta negli infiniti pomeriggi della sua adolescenza; e poi, oggi, negli intervalli concessile dalla condizione di neomamma. Letture da cui sono scaturite impressioni assai diverse, inevitabile portato dell’età e del sentirsi figlia o avvertirsi genitore.
Io invece non ho letto “Bonjour tristesse” nell’età della prima giovinezza, quando più se ne è attratti considerata l’età della protagonista. Eppure, da lettore onnivoro di romanzi, mi è capitato più volte tra le mani; ma qualcosa, leggendo la quarta di copertina, me l’ha sempre fatto riporre: qualcosa che doveva avere a che fare con un’adolescenza la mia vissuta come subìta, cui meglio tornare il meno possibile con il pensiero. L’ultima volta addirittura è stato quest’estate, a Parigi, in francese: dal momento che in Italia era sparito da qualche anno. La ri-uscita in brossura presso Longanesi è stata l’occasione di fare i conti con un libro di cui sicuramente ad affascinarmi era stato l’alone di scandalo che provocò all’uscita nel 1953 e il successo di vendite costante negli anni, che me lo faceva immaginare – giustamente – alla stregua di un classico.
Vista la china presa, dirò subito - per onestà indotta dalla Parrella – che essendo stato un giovane-vecchio, stramoralista e iperresponsabile in ogni attività intrapresa, insomma un poveraccio che non si lasciava mai andare a qualche indispensabile ragazzata idiota, ho subito preso in antipatia per acclarata invidia la 17enne Cécile, spudoratamente ricca e viziata, tutta tesa per ozio a ordire macchinazioni volta a imporla al mondo adulto. Quando poi ciò si è combinato all’ambiguità nel rapporto con il padre, disinvolto e superficiale tombeur de femme (oltretutto in questi giorni di presidenti del consiglio seduttori), incapace di relazionarsi a Cécile altro che come fosse una sua coetanea e amica, la mia idiosincrasia nei confronti della situazione rappresentata ha rischiato di diventare accanimento sul libro. Tanto più che – sempre nello spirito di massima sincerità – io ho una figlia di 17 anni e, tra i tanti errori che mi imputo di avere fatto con lei, l’unico in cui mi ostino a non voler scivolare è proprio quello della complicità amicale che confonde i ruoli di genitore e figlio. Che rabbia questa Cécile svagata e ignorante, che si sente tranquilla finché il padre è pseudo-fidanzato con una specie di ameba bionda, amante del bel mondo e di pochi anni più grande di lei, tanto da flirtare con disinvoltura con un ragazzo innamorato e avere una “prima volta” spensierata e leggera! Viene da dire invece che ben le sta quando è improvvisamente minacciata dall’irruzione nella vita del padre di una donna vera: possibile amore adulto e premessa per una crescita psicologica di padre e figlia. Una donna che ha un suo stile, delle regole e una moralità che confliggono con l’animalesca impulsività di Cécile e che, pur comprendendo l’obiettiva difficoltà della situazione (la naturale gelosia e competitività di Cécile), non intende mollare la presa: in fondo potrebbe considerare la ragazzina un problema a esclusivo carico di suo padre e invece cerca di farla ragionare. Ad esempio sull’importanza degli studi e sul fatto che non sempre si possa ottenere tutto e subito: insomma quanto a Cécile avrebbe cercato di insegnare una madre, se non l’avesse perduta da piccola. Ma un’incontrollabile forza interiore spinge Cécile ad architettare un piano machiavellico. Qualche sprazzo di consapevole colpevolezza viene subito insabbiato da una superiore volontà: incurante del male che potrà arrecare alle persone coinvolte o semplicemente incapace di valutare le conseguenze? Diciamo, senza raccontarla, che la parte finale, come in un gioco di specchi, offre una prospettiva più profonda che fa rivedere l’intero romanzo; e che è catartica solo in parte: nel senso che, realisticamente, Cécile ne esce mutata da un’esperienza in più, non stravolta nella personalità.
Ciò che rende “Bonjour tristesse” un classico è comunque la scrittura dell’allora giovanissima Françoise Sagan: con uno stile limpido riesce a rendere tutta la torbidezza dell’età del malessere.
               

Colonna sonora: PETRUCCIANI, GADD & JACKSON  “Trio in Tokyo”


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