Milano - dal 23 aprile al 30 giugno - "Italians do it better" di Francesco De Molfetta e Giuseppe Veneziano @ Angel Art Gallery
Curatori: Luca Beatrice e Giampiero Mughini
Italians do it better
Angel Art Gallery, Milano
dal 23 Aprile al 30 Giugno  2009
Inaugurazione giovedi 23 Aprile dalle ore 18.00
Orari martedì – sabato 10.00/13.00 – 15.00/19.00
Artisti: Francesco De Molfetta – Giuseppe Veneziano
Curatori: Luca Beatrice – Giampiero Mughini

Catalogo in sede

La mostra Italians do it better (gli italiani lo fanno meglio) inaugura la nuova sede della Angel Art Gallery nel quartiere Isola di Milano, cuore pulsante dell’Arte contemporanea nel capoluogo lombardo.
Come icona di riferimento dell’evento si è scelto di reinterpretare la famosa montagna americana “Mount Rushmore”, su cui sono scolpiti i 4 presidenti d’America più celebri; per l’occasione ai volti più noti sono stati sostituiti i ritratti dei nostri protagonisti: Giuseppe Veneziano, Luca Beatrice, Giampiero Mughini  e Francesco De Molfetta.
I due artisti  Francesco De Molfetta e Giuseppe Veneziano, per la prima volta, si confrontano mettendo in mostra la loro percezione della realtà sia quotidiana che artistica, ognuno nel proprio ambito più congeniale: il primo  attraverso la scultura ed il secondo attraverso il medium pittorico.
Scopo dell’exhibition è raccontare la situazione italiana di oggi attraverso una chiave di lettura dissacrante e sarcastica che accomuna i quattro  personaggi.
Temi trattati saranno la contaminazione tra la politica e la religione, il folklore del life style nostrano e la situazione economica attuale, tra lo sport e la grande responsabilità che gli artisti  hanno nei confronti dell’Arte italiana.
La curatela affidata a due personaggi pubblici di rilievo, Luca Beatrice e Giampiero Mughini, si pone come vero e proprio corto circuito tra l’universo artistico e quello mediatico, attraverso una conversazione-intervista tra i due che cercherà di rispondere al quesito suggerito dal titolo della mostra: Gli italiani lo fanno meglio?

In quattro a raccontare fatti e misfatti dell'Italia 2009

Luca Beatrice - “Italians do it better”: strano titolo per una mostra. Fa venire in mente lo slogan comparso negli anni ’80, quando il Made in Italy “tirava”, passato alla storia perché esposto sull’allora procace decolleté di Madonna. Un “truism” che esprimeva ottimismo e sicurezza in noi stessi, diventato, in tempi recenti, una di quelle insopportabili scritte su altrettanto brutte magliette che si trovano sulle bancarelle o nei negozi di basso souvenir, a definire un gusto estetico ahimé devastante. Insomma, dalla signora Ciccone ai “Nuovi Mostri”, peraltro da noi sempre attuali, visto l’ennesimo remake in queste settimane nei cinema. Ma c’è ancora qualcosa che noi italiani sappiamo fare meglio?

Giampiero Mughini - Lo slogan di cui dici è un po’ liso, e poi se la maglietta è brutta non c’è slogan che tenga. Detto questo noi italiani molte cose le sappiamo fare e bene, e continuiamo a farle. Già il fatto che la nostra società sopravviva è un miracolo, e questo pur lavorando noi in media molto meno di americani e tedeschi e pur mandando in pensione la gente molto prima di quanto facciano gli altri Paesi industrializzati e pur avendo tre regioni italiane (Campania, Calabria e Sicilia) occupate da organizzazioni criminali che fanno il bello e il cattivo tempo. E pur avendo la peggiore amministrazione al mondo e il più gran debito pubblico e la magistratura civile che va più lenta al mondo, e così via. Quanto all’arte, perché è a quello cui tu stai pensando, facciamo molte cose buone nel design, nel cinema, nella moda, nel fumetto, ma anche nella letteratura e nella saggistica colta. Beninteso le cose che si possono fare in un Paese marginale, dove si parla una lingua che nel mondo è poco più diffusa del rumeno. Il mio amico Beppe Severgnini, che ha vissuto a lungo negli Usa, mi raccontava che nel giornali americani l’Italia ha lo stesso spazio che ha l’Egitto.

LB - Alcuni anni fa uscì “Politics”, opera prima dello scrittore inglese Adam Thirlwell dove si parlava soprattutto di sesso, e di politico non c’era proprio nulla. Ricordo, mi venne in mente di paragonarlo a “Porci con le ali”, che di politico aveva solo l’ambientazione, come se stessimo a teatro. Dico questo perché i nostri due artisti –Francesco De Molfetta e Giuseppe Veneziano- avrebbero l’ambizione di allestire una mostra politica, o meglio una mostra che tratti questioni politiche –dal fallimento di grandi aziende al calcio come specchio della globalizzazione, dall’eredità drammatica del Novecento alla storia esaminata come cronaca- senza però perdere la leggerezza, la banale superficialità con cui si affronta oggi la politica in tv, che poi forse è l’unico modo di renderla interessante. Tra il ’68 e la fine degli anni ’70, gli artisti, gli intellettuali, avevano l’ambizione di esprimere una propria concezione del mondo, possibilmente con lo sguardo utopistico di chi il mondo avrebbe voluto cambiarlo; oggi, che il mondo invece ha cambiato noi, anche l’arte in fondo non si discosta dallo stile di “Porta a porta”. Tutti devono capire, tutti possono accedere al messaggio, non c’è bisogno né di leggere né di sforzarsi. Eppure questa banalità ci seduce: perché? Ne siamo davvero assuefatti? Non possiamo scrollarcela di dosso?

GM - La politica che più ci interessa oggi non è la politica dei partiti, la politica di quando c’erano Alcide De Gasperi, Giuseppe Di Vittorio, Ugo La Malfa, Bettino Craxi. E’ il modo d’essere della società e il come noi stiamo in questa società. Io ho scritto un paio d’anni fa un libro in cui rievocavo la vitalità della generazione degli anni Sessanta, e l’ho intitolato “Sex Revolution” perché quella era stata la rivoluzione cruciale dei Sessanta, non certo quella di chi predicava che il mondo sarebbe stato messo sottosopra dagli operai che avevano il fucile in spalla. E’ magnifico essere appuntiti e leggeri, come sono spesso le opere di De Molfetta, un artista che conosco meglio di Veneziano e di questo mi scuso con lui. La leggerezza è una cosa, la superficialità un’altra. Che poi la banalità sia divenuta talmente seducente, che abbia invaso le pagine dei giornali più importanti, che faccia così tanto glamour e trend, questa è di certo la tragedia maggiore del nostro tempo. Del tempo in cui una e-mail piena di banalità non si nega a nessun analfabeta.

LB - Il lavoro di Francesco De Molfetta mi piace soprattutto perché non teme di dichiarare apertamente la sua derivazione dagli anni ’80, che a mio avviso è stato l’ultimo momento in cui si è tentata una teoria estetica rivoluzionaria e avanguardista. Lui di quegli anni sposa l’idea di leggerezza contrapposta agli eccessi teorici, la consapevolezza che si possono dire cose intelligenti ed acute senza essere noiosi, pedanti o peggio ideologici. C’è molta Milano nel suo lavoro: la storia della galleria di Franco Toselli dove esponevano Boetti, Lisa Ponti, De Dominicis, Salvo, Ontani, De Maria (giustappunto, la linea “light” dell’arte italiana, il concettuale “ludico” che si sposa all’immagine ritornata finalmente in auge). E soprattutto c’è il grande Aldo Mondino, la sua pungente ironia di esprimersi attraverso giochi di parole, spericolati calembours, scarti semantici tra immagine e titolo, tra segno e significato.

GM - Nel lavoro del nostro eroe c’è tutto quello che tu dici in punta di filologia, e ancora altro. C’è la voracità di un trentenne che si nutre di immagini ma non se ne appaga. Di uno che con un piede sta nel presente e che con l’altro gli tira un calcio. Di uno che per un po’ si prende sul serio e molto si prende in giro. A me piace moltissimo quella sua opera dove il tempo del nazismo è rappresentato sotto forma di una schiera di “teste di cazzo” che marciano impettiti. E’ stata una tragedia epocale, da cui è nata una guerra mondiale che ha contato 50 milioni di morti ammazzati, ma a metterla in moto sono state delle gigantesche teste di cazzo.

LB – Peraltro alcuni lavori di De Molfetta e Veneziano trattano temi simili. Nel dipinto “Novecento” (forse il titolo è un omaggio al cavallo penzolante di Cattelan), Veneziano immagina la fine del XX secolo come una grande orgia in stile Salò, ma parodistica, tra dittatori, eroine del fumetto e pornostar. L’installazione di De Molfetta con i nasetti/cazzetti –da cui il gioco di parole “Nasismo”, ma sembrano anche cessetti rovesciati alla Duchamp- in parata davanti al Fuhrer, oppure la sua scultura/busto di Lenin in versione pagliaccio (“Clownmunismo”) –qui la citazione è doppia, da Bruce Nauman ai Gao Brothers, il grande artista concettuale americano e i due fratelli cinesi autori di “Miss Mao”, una scultura di Mao Tze Tung con le orecchie e le tette da Minnie, censurata dalle “autorità” locali, giusto per ricordarci che in Cina c’è ancora la dittatura. Mi chiedo: perché nell’arte siamo ancora così addentro le questioni dello scorso secolo? Non è che il mondo e la Storia, nonostante internet, siano meno veloci, stiano viaggiando a scartamento ridotto?

GM - A proposito di Cattelan, mi piace molto quell’opera di Veneziano che porta quel titolo e che raffigura un Cattelan impiccato che fa da controcanto ai bambini impiccati che lui mise per strada a Milano, e di cui ebbe la fortuna che ci fosse un cretino che andò a danneggiarli perché sacrileghi. Adoro quando i cretini si mettono in movimento ad andar contro un’opera che li disturba e li inquieta. Di recente una ditta di abbigliamento giovanile ha affisso per strada delle gigantesche affiches dov’erano dei poliziotti simil-brasiliani che con la scusa di perquisirle, mettevano le mani sotto le gonne di splendide ragazze. Il sindaco della città italiana in cui vivo ha fatto togliere quei manifesti, che a me piacevano moltissimo. Ho subito telefonato alla ditta di abbigliamento e me ne sono fatto mandare uno da inserire nella mia collezione di manifesti pubblicitari. Un linguaggio, quello della comunicazione pubblicitaria, che adoro. Nulla che Andy Warhol non sapesse a puntino. Le pagine pubblicitarie della sua “Interview”, una delle riviste più importanti del Novecento, erano più belle delle pagine giornalistiche vere e proprie. Che c’è di più bello al mondo di una Kate Moss fotografata per una qualche locandina pubblicitaria?
Quanto alla Cina, c’è un tempo fisiologico per le cose. Credo sia inutile ringhiare alle mummie del partito comunista cinese che stanno lì a bloccare internet e a minacciare i monaci buddisti e a mettere in galera un giornalista che ha osato mugugnare. Roba che al confronto il fascismo mussoliniano era un balletto settecentesco. Ci vuole tempo perché i cinesi escano dal gulag. E poi conosceranno anche loro i paradisi e gli inferni della democrazia di massa.

LB - Torniamo in Italia, ai vizi del nostro Paese che si lamenta delle nuove povertà eppure ostenta modelli di ricchezze esagerate. “Madonna di Campiglio” di De Molfetta e “Madonna del Pipistrello” di Veneziano sono dedicate al kitsch delle verginette che lacrimano ma anche alle settimane bianche straesaurite quando tutti, stampa compresa, sono emotivamente paralizzati dalla paura della crisi, oppure all’utilizzo del sacro negli orridi souvenir, dove l’icona è trattata alla stregua di un funetto Marvel. Per non dire di “Porto Cervo”, parodia del lamento dei nostri connazionali che non arrivano alla quarta settimana perché alla terza sono già in vacanza…

GM - Credo ormai sia di tutto il mondo che le ricchezze più sfrontate se ne stiano accostate alle povertà più schiaccianti. Chi ha va avanti, chi non ha indietreggia e sprofonda. Dai noi però c’è una retorica del “non avere” che cozza contro la realtà di cui tu parli: che treni e aerei in direzione delle vacanze bianche siano sempre zeppi. De Molfetta fa bene a ricamare e a sghignazzare su questa retorica, che è poi quella della ricchezza italiana quale vien desunta dalle dichiarazioni dei redditi dalle quali risulta che siamo alla fame, che solo poche centinaia di migliaia di italiani superano un reddito lordo di 70mila euro. Paese di pagliacci e di evasori fiscali. La “ggente”….

LB - L’ho scritto l’anno scorso nel testo per la personale di Veneziano: “non è colpa sua se l’arte oggi considera Cattelan un eroe e Beuys un cimelio storico, se la cronaca la spunta sempre sulla politica, se le terze pagine dei giornali raccontano di Paris Hilton, se la storia del ‘900 è diventata una macchietta post-ideologica con i dittatori nel ruolo di capocomici. Il mondo fa schifo: che può farci un povero pittore se non registrarne le assurdità, le anomalie, le storture e premere il dito nella piaga? Cosa c’entra lui se il grado di scolarizzazione è penoso, se il lessico è ridotto ai minimi termini, se per farsi capire dagli altri bisogna usare un linguaggio banale, scialbo, frontale?”. I nuovi temi da lui affrontati indugiano questa volta sulla commercializzazione della Chiesa, sulla distonia tra il messaggio e la realtà. Lo stile pittorico di Veneziano è sempre il medesimo: immediato, frontale, antigrazioso, persino inaccettabile per chi ama la pittura, banalizzatasi a sua volta per star dietro al nostro mondo così stupido e banale. Sarà questa davvero l’ultima chance di rappresentare la vuotezza, soprattutto per chi vive in Italia?

GM - Non penso che lo stile di Veneziano sia una pista o una legge per nessun altri. E’, e ci mancherebbe altro, la sua di pista, il suo tormento, la sua specifica ambizione figurativa, il suo specifico fare a cazzotti con le iconografie contemporanee: iconografie che odia ma di cui non può fare a meno .Ho visto purtroppo solo come bozzetto, e non ancora come pittura, quel suo affresco sul “Novecento” dove i maggiori criminali politici del secolo sono accomunati dal fatto di avventarsi tutti su delle belle ragazze discinte. L’idea è ottima, voglio dire l’idea di fare delle ragazze discinte una sorta di collante che mette assieme epoche e personaggi i più diversi. Non è forse così che oggi si racconta tutto e tutti, a partire dalle ragazze discinte? Se mettessimo Veneziano in un ring a fronteggiare a modo di un “wrestler” un Jeff Koons,un altro che ci ha lucrato mica male sulla portnostar che s’era scelta come moglie, vedremmo uno scontro che al confronto quelli interpretati da Mickey Rourke nel film che lo ha resuscitato sarebbero giochi da bambino. E a proposito di Rourke, e con tutto il rispetto per il “politically correct” Sean Penn, era lui che meritava l’Oscar come migliore attore del 2008.


Angel Art Gallery, Via Ugo Bassi 18, Milano

Tel  (+39)   02.36561745  Fax  (+39) 02.36561240
info@angelartgallery.it; www.angelartgallery.it


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