Ottobre 2008 - L'ombra

L’ombra

Luigi Ventriglia

Impotente.

In questi ultimi tempi impotente lo sono stato già tante, troppe volte, insopportabilmente troppe volte.

Alessiuccia, all’improvviso questa mattina mi manchi; oddio sapessi quanto mi manchi!

Ti ricordo ancora, cosa credi; e ricordo i nostri corpi avvinghiati sul mio letto ad una piazza nel caldo di un luglio napoletano, e poi, purtroppo ricordo anche tutto il mio silenzio, la mia lontananza e tutta quella maledetta solitudine che ritornava.

Grazie, grazie per tutto il tuo amore, per i tuoi occhi, per la tua pelle.

E’ strano come i pensieri sanno tornare all’improvviso dopo tanto tempo. Chissà forse è solo che, proprio adesso che non ci vedremo più, volevo dirtelo che anch’io ti ho amata tanto.

L’impotenza è sorrisi stanchi e svogliati, lacrime lasciate ai margini degli occhi come pietre salate di un mare irraggiungibile e dimenticato, è parole non dette ed impegno non profuso perché tanto… tanto non servirebbe a niente.

La mia impotenza non è una malattia, e non ha vene, non ha sangue che scorre male e non ha medici da visitare. La mia impotenza forse è solo un’attesa, è una stasi fissata da enormi chiodi arrugginiti nel tempo che tuttavia va via veloce.

Sono masso che sporge un po’ dal fiume ripido ed impetuoso e viene consumato dalla vita, dalla vita, dalla vita degli altri. Mia ultima amica è la verde e umida coltre che mi ricopre e mi accarezza vivendo sul mio sognare.

Domenica blu oltre la tenda economica di raso rossa e le imposte di legno mangiate dall’umido e dal silenzio di tanti inverni, poi in basso, un cortile spoglio e grigio, chiuso da palazzi di un marrone che un giorno era giallo. Via Bonghi, 12 e oltre una città sconosciuta ancora sonnolenta e silenziosa.

Mi sveglio un attimo prima della mia sigaretta e faccio un po’ di rumore preparando il caffè come ultima sorpresa prima della mia partenza. Nell’altra camera ci sono due ragazze che dormono: un’amica russa, conosciuta in Grecia e qui per un master, che non vedevo da sette anni e la sua compagna di appartamento.

La Grecia, la Grecia altri tempi! Ora, da qui sembra quasi un’altra vita. Ripenso a ciò che ho fatto da allora, tante cose, forse niente. Venti - ventisette anni: qualche bacio, qualche sogno troppo grande e spigoloso, ah, poi tre persone carissime che ho dovuto salutare per sempre e poi, poi qualche volta il tempo ovattato in cui i pensieri schiacciavano le ore e la vita.

Ripenso a quello schifoso esame di Inglese-tre che sto ripreparando dopo due anni di rinvii dall’ultima bocciatura, a quell’esame inutile e vecchio proprio come quella stronza che mi ascolterà svogliata e depressa per le sue troppe rughe e per la sua solitudine, pegno ineluttabile per un carattere arido come il suo. La verità e che ci sono maestri di vita e maestri e basta. Altra vita deliberatamente negata.

Qualche volta , quando sono stato triste ho ripensato alla Grecia ed a quel sole, invece oggi, oltre la finestra c’è solo una leggera pioggia che viene giù stanca e tutto il vociare di un mattino ancora blu che si sta risvegliando lentamente, lontano, lontano.

La moka inizia a chiamarmi e così corro giusto in tempo, prima di dover bere il caffè leccando dal pavimento.

Nell’acciaio opaco del colapiatti della piccola cucina senza finestra vedo l’ombra del volto di un giovane vecchio. Un bel volto in fondo, ma c’è qualcosa, qualcosa di triste in quei suoi occhi troppo chiusi.

L’estate è lontana e qui non valgono più le bugie ed i sorrisi. Come colonna sonora dei miei pensieri ora ho solo il rumore dell’acqua piovana che scende attraverso le vecchie tubature di scarico.

Metto due tazzine su una piccola guantiera di plastica, sbiadita dagli anni e deformata dal fuoco e busso alla porta della camera delle due amiche.

Poche parole, qualche sorriso, infine un abbraccio lunghissimo.

Si torna a casa.

Per strada vengo sfiorato da volti distratti che scivolano via oltre una leggera tenda di nebbia e di freddo mattutino. Ho il passo veloce, forse perché credo di poter sfuggire così via dai pensieri.

Raggiungo via Meda, poi arriva Corso San Gottardo dove trovo un bar aperto. Acquisto un pacchetto di siga e butto giù un altro caffè bollente. Se i pensieri devono proprio venire meglio farsi trovare preparati!

Al mio fianco c’è uno strano vecchio ubriacone, uno di quelli che si trovano solo da queste parti, credo. Si uno di quelli che tirano giù un amaro al posto del popolare vino e della scialba birra, ed hanno espressioni poetiche e stanche , come marinai che hanno visto affondare mille navi alle quali avevano dato un nome e un soprannome, eppure, oltre i loro sguardi opachi ed oltre i loro discorsi di parole spezzate talvolta è possibile vedere una scintilla nei loro occhi, come una remota voglia di costruirsi un’altra nave che li porti via lontano, da qualche parte lontano da questo boia di freddo e da quella loro attesa del nulla, lontano lontano, nonostante il mal di mare che anche qui fa ancora tremare le loro gambe ed i loro stomaci.

Ciao vecchio decoroso ubriacone milanese.

Nel mettere il pacchetto di sigarette nel mio zaino trovo una tasca dimenticata. La mia mano scende profonda attraverso il tessuto sintetico ed elastico e sfiora cieca una lettera che so ormai gialla, una lettera che non leggerai mai, perche non ti ha mai trovata, perché di te ho avuto solo tre minuti, un sorriso e non un cognome. Oddio, è così torni anche tu Alessia-due! Per un attimo ripenso ai tuoi occhi e mi accorgo di non ricordarmeli più tanto bene come una volta; chissà forse starò guarendo anch’io, spero solo di non guarire come fa la maggior parte del mondo, dimenticando tutti i sogni per un solo sogno.

Strano zaino. Zaino di viaggi, zaino di sogni.

Attraverso Porta Ticinese; intanto perdo il quarto tram numero tre, ma cosa importa, in fondo non ho fretta ed è tanto bello salutare lentamente gli ultimi volti di una città sconosciuta. Piazzale del XXIV Maggio, sulla sinistra Viale Gabriele D’Annunzio ed i Navigli e poi da qualche parte lì in fondo, oltre mille puzzolenti ristoranti giapponesi e sudici fast-food c’è anche Viale De Amicis e la casa immaginaria di quella eroina dei fumetti che ti somigliava tanto.

No, questi non sono più pensieri d’amore, oramai sono solo pensieri stanchi, e non c’è più speranza in loro, non c’è più alcuna ricerca. E forse, in fondo saremmo potuti solo diventare buoni amici io e te, perché vedi con te mi veniva solo da essere tanto sincero e così, così forse non avrei creato niente di magico, perché per la magia in questa vita ci vogliono davvero montagne di bugie. Ora è rimasta solo quella strana voglia di fuggire via, lontano, di dimenticare tutto il tempo perso elemosinando amore. Così, forse senza troppe colpe sei finita anche tu dalla parte di mio padre e di qualche altro viso distratto che ho incontrato nella vita e che comunque ho continuato ad amare tanto; ma queste sono parole che sono state già dette e già scritte.

Addio vecchi amori; in fondo non ho tante nostalgie e rimpianti. E’ solo che vorrei rincontrarvi per dirvi chi ero, chi ero io per davvero.

Ciao, addio vecchia lettera ingiallita. No, non preoccuparti non ti getterò mai via, è solo che non aprirò mai più quella tasca.

Corso di Porta Ticinese e poi su per Via Correnti e Via Torino fino a Piazza Duomo.

Mi fermo un altro attimo a guardare il cielo, i palazzi e i volti delle persone che lentamente affollano la piazza, prima di entrare nell’ omologato buio delle metropolitane. Ascolto per l’ultima volta pezzi di discorso presi a caso ed ho un pensiero che se avessi avuto carta e penna poteva diventare chissà, forse anche una poesia.

Strana città,

davvero strana.

Due giorni insieme

e giorni di danze.

Ci siamo ritrovati nella pioggia

e nella nebbia ci siamo baciati

forse

cercandoci nel silenzio

dei tuoi tram senza suono.

Ricordo ancora i passi persi

nella mattina ovattata,

Porta Ticinese

e pochi volti.

Il vento alzava leggere le foglie

che in brevi attimi

tornavano ancora vive e spose dei rami.

Strana città

credevo di non avere più parole

e poi

nei tuoi cortili di pioggia e di terra

ho ritrovato pensieri confusi,

negativi fotografici tenuti sotto spirito

e tanta tenerezza

e tanta durezza,

come nei bicchieri di amaro dei vecchi al mattino,

come nei loro occhi,

Milano schiaffo,

Milano carezza.

Una volta alla stazione ferroviaria ritrovo la folla di sempre, la folla ed il chiasso di tutte le stazioni. Oltre le tre botti il cielo è ancora blu. Mi fermo ad osservare un uomo che, fregandosene degli sguardacci della gente, dà da mangiare a dei piccioni sporchi e malati. Gli lancio un sorriso che non coglie e mi avvio verso il mio binario.

Dall’altra parte dei binari c’è mia madre, tanti amici e poi anche qualche sorriso di amiche che mi hanno amato per quello che ero, per quello che sono e per quello che non sono; e che hanno saputo danzare con la mia presenza e con tutte le mie assenze.

No, in fondo non sono solo e, ridendo, ripenso a questi miei pensieri da aspirante suicida.

No, non voglio uccidermi, voglio solo rinascere.

Ad un tratto il sole. Fuori, oltre il finestrino del treno c’è un giorno meraviglioso.

Sento che oggi è uno di quei giorni nei quali, se solo lo volessi, potrei cambiare anche il mio nome e tutto ciò che non mi va della mia storia.

Adesso lo so che mi darò da fare in quello che m’interessa davvero e troverò il coraggio di abbandonare l’oscurità falsa fedele e falsa amica; e strapperò i sogni infranti del passato come foto non mie, acquistate in un mercatino straniero.

Ripensando alla mia vita , ritrovo tutte le mie sconfitte e solo ora capisco che quasi tutte sono state figlie di guerre mai combattute. In fondo anche la poesia e l’amore hanno bisogno di due braccia solide e di una mente lucida e spensierata.

Adesso lo so che è tornato il tempo della vita, così da qualche parte ritroverò la forza per i suoi fasti e per la sua sporcizia, così ritornerò a danzare ed a sporcarmi nei suoi limiti e nelle sue magie, e ritornerò ad essere l’uomo che ero: forte, deciso ed indeciso, forte, distratto e sensibile, forte e debole; quel ragazzo vero e spontaneo che aveva tanti pensieri, tanta vita, senza tutta quella paura di commettere errori. Forse era incoscienza e spensieratezza, oppure chissà, forse era proprio quella la vera maturità.

Ad un tratto un brivido di freddo, forse è proprio quell’ombra che mi sta abbandonando, quell’ oscurità alla quale mi ero tanto abituato, o forse è solo stata accesa l’aria condizionata .

Il treno si sta muovendo.

Ciao, arrivederci Milano. La prossima volta ti prometto anche un sorriso.

 

 

 

 

 

 

 


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