LETTURE IMPERITURE
Perchè ci insegnano ad amare gli anziani, e noi in loro. Perchè ci aiutano a capire la musica, e il mondo in essa. E perchè ci commuovono, da sempre e per sempre.
BAZAR SEGNALA

casares

DIARIO DELLA GUERRA AL MAIALE
– Adolfo Bioy Casares (Cavallo di Ferro. 203 pp., 15 euro)

I grandi romanzi sono così, che tra le pagine ti dicono delle cose alle quali non avevi mai pensato, e dopo ti restano dentro come scolpite tanto sono dette bene e risultano convincenti. Qui, tra le tante, l’idea che i vecchi raccontino così spesso e con dovizia ossessiva di particolari fatti avvenuti nel passato remoto, perché più passa il tempo e più la vita appare come una sequenza ininterrotta di sogni, così cresce in loro il bisogno di autoconvincersi che invece è stata reale.
Parabola sulla vecchiaia a significati stratificati, che non c’è spazio per raccontarli tutti, racconta la persecuzione – via via più violenta – degli over 5 ad opera di bande giovanili in una Buenos Aires sempre più caotica, povera e sordida. Fino a che gli aguzzini non cominciano a intuire che ogni vecchio è il futuro di un giovane e che quindi uccidere un vecchio equivale a suicidarsi.
Tra pagine in cui scatta un’immedesimazione tale con il protagonista Isidoro Vidal, che quando esce di casa ti percorre un brivido nella schiena tanto temi possa diventare preda della furia iconoclasta degli squadristi, e altre in cui il gruppo di vecchi autodenominatisi i ragazzi appare in tutta la sua ridicola umanità, Casares riesce nell’impresa di non far sembrare un artificio retorico che a salvare l’uomo è sempre stato e sarà sempre l’amore. Di più, da bravo americano latino, l’amore carnale. Evviva!
Colonna sonora: GLENN GOULD La Quinta sinfonia di Beethoven

TALENT SCOUTING

diporto

KADDISH ’95
– Marco Di Porto (peQuod. 109 pp., 12 euro)

La frase finale dell’ultimo racconto – Una sorta di dolore misto a rassegnazione – rappresenta la migliore definizione del sentimento evocato in ognuna di queste 15 storie brevi. Tutte, almeno quelle della prima parte, dall’andamento molto simile: un incipit che incuriosisce; l’immediato coinvolgimento nella vicenda del protagonista (poco importa se narrata in prima persona, con il tu colloquiale o in una terza assai partecipe); l’abile costruzione di un’aspettativa verso una conclusione a sorpresa, che puntualmente non c’è. E noi lettori, che continuiamo a crederci, ci sentiamo storditi e disorientati come il Charlie Brown cui la perfida Lucy sottrae all’ultimo momento la palla da calciare. Bisogna essere bravi a ricreare ogni volta le condizioni di una fiducia senza riserve, per giunta nel volgere di poche pagine: roba da scrittori consumati.
Poco o tanto che sia, il dolore accettato con rassegnazione genera – naturalmente non in chi lo prova, ma in chi l’osserva con distacco – un senso di stoicità o del ridicolo. Talvolta tutt’e due le cose insieme. E’ quanto accade nei racconti della seconda parte, d’impronta evidentemente più autobiografica, davvero belli perché intensi e partecipati. Dove si intravedono germi rigogliosi per lo sviluppo di un futuro romanzo.
Colonna sonora: RADIOHEAD In raimbows

PENSARE LEGGENDO

barenboim

LA MUSICA SVEGLIA IL TEMPO – Daniel Barenboim (Feltrinelli. 185 pp., 15 euro)

Non c’è che dire: essere grandi direttori d’orchestra – avere la vocazione di mettere in fila orchestrali valenti, scandendo note e scegliendo la durata dei silenzi – predispone non poco all’arte della comunicazione, scritta o verbale non fa differenza. E a questo proposito ci piace segnalare anche un altro testo in argomento, proprio in questi giorni in libreria: si tratta delle lezioni tenute da Leonard Bernstein nel 1957, edite da Excelsior 1881 con il titolo di Giocare con la musica.
Intanto qui si vola alto, nel tentativo dichiaratamente impossibile di parlare di musica. Che poi significa avvalersi di strumenti semantici per descrivere una roba che è del tutto asemantica. Cosa che ha come conseguenza percezioni estremamente differenziate: insomma il trionfo della soggettività. Come tale però la musica è anche la forma d’arte che provoca le nostre emozioni più profonde, in grado di bypassare ogni diaframma per toccare sincronicamente il diapason dell’anima e delle viscere. Lo dice bene, in bellissime pagine, Barenboim: soprattutto nel capitolo dedicato all’Ascoltare e sentire. Lui, che non è stato solo un enfant prodige per essersi esibito in concerto a 7 anni, ma anche per avere letto e assorbito L’etica di Spinoza a 13.
Può darsi che sia da ingenui sostenere che se la grammatica della musica fosse patrimonio comune dell’umanità ci sarebbero meno guerre. Ma forse è perseguendo questo tipo di ingenuità che possiamo pensare di migliorarci.
Colonna sonora: NEW TROLLS Concerto grosso – Trilogy live

UPPER READERS

roth

PATRIMONIO – Philip Roth (Einaudi. 187 pp., 16,50 euro)

Non bisognerebbe mai gridare al capolavoro: chi lo aveva fatto per il precedente Everyman se ne pentirà leggendo questo Philip Roth del 1991 (inedito in Italia) che, affrontando di petto l’argomento morte come l’altro, raggiunge risultati ancora più impressionanti. Qui, se siete predisposti, si piange a fontana diverse volte. Come dice il sottotitolo, questa è una storia vera: quella dell’inesorabile decadimento fisico e spegnimento cerebrale dell’86enne Herman Roth, aggredito da un tumore al cervello e assistito negli ultimi mesi di vita dal figlio Philip.
Herman è un uomo dalla tempra eccezionale, che ha lottato tutta la vita (anche quando non c’era motivo) semplicemente perché era l’unica strategia che conosceva per stare al mondo. Suo figlio - pur comprendendone l’ansia di riscatto dell’ebreo non ancora assimilato con pochi strumenti culturali a disposizione - non gli dedica certo un’elegia: ammette che il padre molte volte è stato insopportabile, soprattutto per la sua incapacità di accettare che gli altri potessero essere alimentati da un fuoco vitale appena meno intenso del suo. Anzi lui stesso, Philip, ne è stato vittima. Ma ora, mentre si trova a dover affrontare complesse responsabilità in ordine alle terapie mediche più opportune per il padre, assiste sbalordito alla forza di sentimenti che lo squassano. Capisce allora che il patrimonio che gli sarà lasciato in eredità, sarà nient’affatto materiale: semmai l’imperativo “non devi dimenticare nulla”, cui improntare la propria narrativa. Sigh.
Colonna sonora: JOVANOTTI Safari

OLD FASHION

moravia

OPERE/3 (1950.1959) – Alberto Moravia (Bompiani. 2.193 pp., 96 euro)

Tra le altre cose che il 2007 si è portato via, c’è stato il centenario della nascita del più significativo scrittore italiano del secondo ‘900, Alberto Moravia: venerato maestro o intellettuale contestato in vita, pressoché ignorato dopo la morte avvenuta nel 1990. Soprattutto non letto dai ggiovani, e in particolar modo dai ggiovani scrittori: provare a chiedere per credere quanti di loro conoscano Gli indifferenti, il romanzo migliore scritto durante il ventennio. O il bellissimo romanzo di formazione Agostino del 1942. Se ciò accade è perché si ritiene, a torto, Moravia noioso cantore della decadenza della borghesia italiana. Quando invece è stato un dinamico interprete della condizione esistenziale dell’uomo del suo tempo (assai lungo), inserito nel dibattito europeo e con interessi multiculturali, come testimoniano i suoi stimolanti reportage da un po’ tutte le latitudini.
Possiamo ben dirlo, essendoci sciroppati interi questi due volumi delle opere durante le vacanze di Natale, che Moravia con la sua ansia di una rappresentazione realista, sempre però alla ricerca delle correnti sotterranee che muovono le masse e l’individuo, e il suo linguaggio piano, al servizio del testo e dei suoi personaggi, è divertente (Racconti surrealistici e satirici), interessante (le due raccolte di Racconti romani) e vario (in cosa si somiglierebbero poi Il conformista e La ciociara)? Insomma un classico cui tornare più volte nell’arco di una vita.
Colonna sonora: CAT POWER Jukebox

BAZAR COLLECTION

believer

THE BELIEVER/1
– Aa. Vv. (Isbn Edizioni. 236 pp., 22 euro)

Paghereste 250 dollari per farvi dire: “Tutti voi siete dei perfetti idioti, altrimenti non sareste qui”? La disanima della storia della società che con questo metodo è riuscita a prosperare per due decenni a San Francisco, l’analisi delle sue strategie e l’esperienza dei partecipanti, è uno degli articoli che rende credibile il sottotitolo di questo libro stuzzicante sotto ogni punto di vista: Contributi interessanti dalla cultura americana. Senza proclami ma imperterrita, la Isbn Edizioni - facilmente riconoscibile per le copertine bianche con al centro il codice a barre - prosegue per la sua strada anticonvenzionale senza sbagliare un colpo. Ora pubblicando un’antologia di pezzi usciti su The Believer, rivista di nicchia trendissima o freaky di successo (a seconda di come la si voglia vedere), fondata da Dave Eggers e Vendela Vida. Dove c’è di tutto. E quindi chiunque può trovarvi qualcosa di interessante: da chi è irresistibilmente attratto da tutto ciò che provenga dagli USA, a chi non perda occasione per coltivare un sentimento di supponenza nei confronti della società americana.
Gli articoli, pur essendo molto colti, sono tutti estremamente leggibili. Forse, se c’è qualcosa di un po’ stucchevole, è l’idea di recensire oggetti, ripresa qui da noi da Giudizio Universale. Per il resto niente da dire: chapeau! Certo, un lettore ancora più snob della rivista, potrà in qualche caso disquisire in merito all’utilità di applicarsi così seriamente su argomenti di portata non proprio capitale. Converrà però con noi che tutte le interviste riportate sono super.
Colonna sonora: WU-TANG CLAN 8 Diagrams

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