paleStrati, ebRei ed ebeti
qUelli che il delirio di onnipotenza li rende stupidi paLestrati. Quelli KE tentano un atto di insubordinazione... ma fallisce. Quelli dal click facile sui siti porno. Quelli che ODIano. quelli che essendo eBrei osano essere pure tedeschi. E quelli che er

BAZAR SEGNALA
TRA UOMINI E LUPI – Vincenzo Pardini (peQuod. 187 pp., 14 euro)

Viva Viareggio! Pardon: viva il premio Viareggio! Perché senza la sua edizione invernale, che lo ha visto vincitore, probabile che Tra uomini e lupi sarebbe rimasto appannaggio di una ristretta cerchia di cultori. Un vero peccato, per una raccolta di racconti di notevole leggibilità e al tempo stesso di raro spessore. E di ambientazione cool, considerato il successo de “I segreti di Brokeback Mountain”  - libro e film -  e dei romanzi di Corman Mc Carthy. Certo, in Lucchesia niente rodei né praterie sterminate: ma un’umanità che ha un rapporto diretto con il paesaggio naturale – stagioni, animali e piante – sì. Non si pensi però a una visione agiografica, a un quadretto naif, alla beatificazione di un mondo che va scomparendo. Le storie di Pardini sono rudi e nient’affatto consolatorie: un disagio nascente dalla consapevolezza che l’uomo ha sempre meno voglia di interrogare il mistero della natura, sempre più preda com’è del proprio delirio d’onnipotenza. E si svolgono al giorno d’oggi, con protagonisti che si scontrano con problemi contemporanei quali l’immigrazione clandestina, la devianza criminale o il mito del corpo perfetto. Che non produce solo muscoli palestrati, ma anche razze canine sempre più feroci: è il caso del racconto più intenso, Diego, allegoria di ciò che comporta lo sconvolgimento degli equilibri naturali. Per Pardini poi la campagna è anche sinonimo di conservazione della memoria e trasmissione di esperienze codificate attraverso le affabulazioni degli anziani, sprigionate magari dall’accensione di un sigaro toscano.
O dal fumo della pipa, magnificamente celebrato come arte della lentezza che dà adito ai pensieri più aerei e arditi.
Quelli che dopo è così difficile comunicare. Ma Pardini ci riesce.        
Colonna sonora: CESARE BASILE  Hellequin song 

TALENT SCOUTING
IL MIO NOME E’ NEDO LUDI – Pippo Russo (Baldini Castoldi Dalai editore. 455 pp., 17 euro)
Nedo Ludi vive di calcio. Nel senso che gioca nell’Empoli, immaginariamente in serie A nel campionato 1989-90. Più precisamente fa lo stopper, ruolo noto per la rudezza tecnica di chi lo ricopre. Eppure, con un clamoroso gol in contropiede solitario, ha appena salvato la sua squadra dalla retrocessione.
Tutto bene quindi? Manco per sogno, perché cambia l’allenatore e arriva un predicatore della marcatura a zona, uno di quelli che non fa che parlare di parole. E che parole: roba astrusa come intensità e lettura delle situazioni difensive.
Presto Nedo si ritrova fuori squadra, come un animale preistorico dopo le grandi glaciazioni. Siccome però nomen omen – e Nedo Ludi sembra l’italianizzazione di Ned Ludd, il sabotatore delle macchine durante la rivoluzione industriale – tenta un atto di insubordinazione, ovviamente destinato al fallimento.
Pippo Russo vive di sociologia. Nel senso che la insegna all’università e ne scrive sui giornali.
E in questo suo torrenziale esordio narrativo, non solo si vede, ma ne costituisce elemento stilistico. Intanto perché quella di Nedo Ludi sembra la parabola del lavoro dipendente in epoca di economia globalizzata.
Poi perché sullo sfondo c’è il CAF (ricordate? Craxi, Forlani, Andreotti), la caduta del muro di Berlino e il cambio di nome del PCI.
Infine perché nell’intenso epilogo – che spiega dopo 400 pagine, quando ormai ce l’eravamo quasi dimenticata, la vicenda privata accennata nel prologo – c’è un bellissimo saggio, affresco delle mutazioni sociali avvenute nella cittadina-campione di Montelupo Fiorentino, vero e proprio indicatore della necessità che ha fatto nascere il romanzo. 
C
olonna sonora: TIGA Sexor   

PENSARE LEGgENDO
PENSARE LA PORNOGRAFIA – Ruwen Ogien (Isbn Edizioni. 188 pp., 14 euro)

Una volta si andava in edicola, si chiedeva un quotidiano e con destrezza repentina vi si infilava la rivista pornografica: in modo che, ripiegato il giornale a metà (non esistevano ancora quelli formato tabloid), l’oggetto incriminato sparisse alla pubblica vista. Poi venne l’epoca delle videocassette che, pur essendo acquistabili dal giornalaio con lo stesso metodo, dettero il via a un tipo di fruizione + anonima attraverso il sistema del noleggio.
Oggi, nell’era Internet, l’accesso alle immagini proibite è a portata di clic. Forse, è a causa di questa evoluzione merceologica che – come recita il sottotitolo del libro – la pornografia “tutti la consumano, nessuno sa cos’è”.
Il filosofo francese Ruwen Ogien, partendo da quest’assunto – crescita esponenziale della spesa per l’acquisto di materiale porno (993 milioni di euro annui nella sola Italia) e impossibilità di enunciare una definizione certa di ciò che lo sia – dedica il proprio sforzo speculativo a cercare di capire se la pornografia faccia male: ai minori, alle donne, se produca violenza sociale o piuttosto non la contenga, se sovverta o schiavizzi. Lo fa utilizzando i parametri dell’etica minimalista e rivelandoci alcuni paradossi, come per esempio il fatto che immagini a contenuto esplicitamente sessuale siano considerate inadatte alla visione di un 13enne, giudicato in altri casi “pronto” per essere detenuto in un carcere. Forse non è giusto, per non togliere curiosità alla lettura, rivelare le conclusioni – pur intuibili - a cui giunge. Il dibattito è comunque aperto: basti pensare alla recente indignazione nei confronti delle farmacie che esponevano al banco sex toys (altrimenti detti vibratori). 
Colonna sonora: SANDY MULLER  Sandy Muller    

UPPER READERs
GIORGIO MANGANELLI (Riga n°25) – A cura di M. Belpoliti e A. Cortellessa (Marcos y Marcos. 536 pp., 18 euro)

Vi piace il Manga? Come sarebbe che preferite il fumetto american? Che avete capito?
Il Manga nel senso di Giorgio Manganelli. Quello de Il Gruppo ’63: l’omone corpacciuto dai lineamenti affilati e lo sguardo beffardamente tagliente dietro le lenti spesse, che esordisce tardi e che – nel corso della propria vicenda letteraria - avrà molti estimatori tra i letterati ma pubblico esiguo. Certo: un corpus raffinato il suo, ma non così giocosamente autoreferenziale (e per ciò stesso vagamente superfluo) come fu considerato dalla contemporaneità.
Oggi, a 15 anni dalla scomparsa, se ne rivaluta la componente etica sottesa all’opera e l’innovatività critica, grazie anche al numero monografico dedicatogli dalla rivista Riga: come sempre ottimo viatico alla conoscenza di un artista e contemporaneamente appendice necessaria per gli esegeti. Curiosi e interessanti i 3 racconti inediti, ispirati a Manganelli, ad opera di Cordelli, Mari e Scarpa, cui seguono una ridda di interventi critici e alcuni inediti del Nostro. Tra cui, ad esempio, un elogio dell’odio: “C’è un odio sano, giusto, necessario: tutti noi sappiamo che, per stare bene, l’odio è necessario come l’amore […] E’ l’amore che mi lega a una donna, ma è una sorta di odio delicato, trattenuto ma del tutto cosciente, che mi ingiunge di sapere ‘sempre’ che io sono una cosa diversa dalla donna – che me ne protegge, sempre”. O un brano che - come L’aggressione del nulla, in cui un disperato nichilismo viene spazzato via dalla paradossale conclusione: “Me le dà 50 lire di caldarroste?” – è senza tempo. Solo che oggi costano 3 euro. 
Colonna sonora: ED MOTTA Aystelum  

OLD  FASHION
STORIA DI UN TEDESCO EBREO
– Jakob Wassermann (il melangolo. 133 pp., 15 euro)
Può accadere che uno scriva buoni romanzi - cercando di trasporvi se stesso e il proprio mondo – ma che poi la sua opera più compiuta, quella che resterà come testimonianza della propria capacità di intravedere il futuro, sia una cosa che sta tra l’autobiografia, il saggio e il pamphlet politico. E’ quanto capitato a Jakob Wassermann, scrittore tedesco di stampo espressionista, autore di storie di considerevole successo nei primi trent'anni del ‘900, poi precipitato nell’oblio. Forse, essendo il suo segno distintivo la sincerità, era normale che Storia di un tedesco ebreo, la storia della sua vita, diventasse il suo libro migliore.
Una sincerità talmente esibita da risultare a volte addirittura imbarazzante, soprattutto quando gli parte la vena autocritica.
E poi ci sono pagine molto belle sulla precoce vocazione letteraria - osteggiata dalla famiglia di piccoli commercianti – e sulle amicizie che lo salvano e poi lo abbandonano.
Anzi, potremmo dire, che il tema dell’amicizia attraversa tutto il libro, essendo la pietra angolare da cui Wassermann affronta la questione fondamentale della sua vicenda umana: il sentirsi tedesco e il sentirsi ebreo.
Per lui, questi 2 sentimenti sono inscindibili. Sono gli altri, con i loro atteggiamenti, a comunicargli che ciò è un problema: o si è tedeschi o ebrei. Gli altri: gli amici.
Si perché dell’ostracismo dei nemici uno potrebbe anche farsene una ragione, ma che a manifestare un antisemitismo sotterraneo siano gli amici lo offende profondamente. P
ubblicato nel 1921, è un testo profetico, che anticipa quanto accadrà negli anni a venire in Germania, grazie anche a quelli che sottovalutarono il pericolo del nazismo. Wassermann – morendo nel 1934 – ne vide solo l’inizio.  
Colonna sonora: COLDCUT  Sound mirrors     

BAZAR COLLECTION
VASCOVINTAGE
– A. Pizzarotti / T. De Luca (Pendragon. 96 pp., 12 euro)

Ovvero quando Vasco non era ancora il Vasco nazionale. Oppure: quando Vasco era + Vasco di ora. La questione è antica (almeno per gli appassionati di musica rock): meglio il talento grezzo ma incontaminato dal successo o la fase della piena maturità coronata dal riconoscimento universale e come tale meno libera?
Insomma: i Pink Floyd di Ummagumma o quelli di The dark side of the moon?
Oggi Vasco Rossi è un buon vino invecchiato in barrique.
Se lo preferivate leggermente abboccato ma appena imbottigliato dal contadino, correte a acquistare questo libro.
Che è un atto damore in bianco e nero per un artista da sempre apprezzato per la spontaneità, il candore con cui ha ammesso i suoi sbagli, per come ha saputo gridare la disperazione di sapersi in fondo provinciali.
Questi scatti lo seguono in improbabili tour regionali – Bacedasco Terme, S.Ilario d’Enza e S.Martino in Rio – fino all’apogeo della Discoteca Marabù.
Con l’indimenticato chitarrista Massimo Riva al suo fianco, sono gli anni in cui tra i brani in scaletta ci sono: Colpa d’Alfredo, Sono ancora in coma, Fegato, fegato spappolato, La noia, Vado al massimo, Cosa ti fai, Sensazioni forti, Ieri ho sgozzato mio figlio.
Ma sono anche gli anni in cui è il fanalino di coda del Festival di Sanremo e sul giornale si può leggere di lui che è un “ebete piuttosto bruttino, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumé dello zombie, dell’alcolizzato, del drogato ‘fatto’” . Chissà se lui oggi - mentre si esibisce in uno stadio davanti a 100.000 persone – per un attimo li rimpiange…  
Colonna sonora: CAPAREZZA Habemus capa 


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