Mario Consiglio

Mario Consiglio “esordisce” nel mondo dell’arte dopo aver terminato gli studi all’Accademia di Urbino, allievo tra gli altri di Pier Paolo Calzolari. Poco incline alla nuova pittura figurativa di stampo realistico che sta prendendo piede soprattutto nelle aree metropolitane, Consiglio si muove nella direzione di una ricerca oggettuale, tentando un elaborato che parta dalla superficie bidimensionale e quindi la metta in crisi attraverso una soluzione aggettante.

In ogni caso non ammette un contatto diretto con l’opera quanto piuttosto una mediazione che consenta di soffermarsi non propriamente sul senso dell’immagine. I primi lavori paiono addirittura citare i vecchi oggetti impacchettati di Christo, seppure manchi quel grado di realismo immediato indispensabile alla filosofia etico-politica del Nouveau Realisme. Decisiva diventa, nella poetica di Consiglio, la scoperta di un materiale che, a mia memoria, non era ancora stato utilizzato per una finalità pittorica. La lycra, un tessuto che sa di artificiale sia allo sguardo sia al tocco, con cui ricopre sagome gonfiate da rinforzi in gommapiuma, a loro volta sovrapposte a intelaiature e supporti lignei. Se da un certo punto di vista Consiglio sembra rifarsi agli oggetti-scultura morbidi di Claes Oldenburg, l’effetto frontale è quello di una pittura senza prospettiva né sfumato, quindi clamorosamente piatta, che non può non ricordare il modulo della ripetizione serigrafica in Warhol.

Nell’universo di Consiglio è saltata ogni gerarchia tra alto e basso e le immagini, ritagliate e fatte coincidere l’una all’altra come in un immenso puzzle, si intersecano senza senso alcuno. E’ un modo di procedere che oggi utilizzano in molti, ma che per l’arte dell’epoca fu in un certo senso anticipatore.

Col tempo il segno di Mario diventa sempre più astratto, e solo ogni tanto rivela immagini verosimili. C’è l’introduzione, quasi definitiva, del monocromo ottenuto attraverso l’alternanza della lycra con un materiale vinilico, plasticoso e riflettente. Consiglio inizia così il dialogo con la fetta più significativa dell’arte italiana del secondo novecento, che ha intuito nel superamento oggettuale della pittura la chiave di volta del suo rinnovamento. Accanto alla stesura monocroma è l’utilizzo di materiali anomali, prelevati dalla realtà oppure ottenuti attraverso esperimenti e manipolazioni. Da Burri a Fontana, da Manzoni a Castellani, ognuno di questi grandi maestri offre spunti di riflessione a Consiglio e soprattutto di una rilettura della “sua” tradizione all’ingresso nel terzo millennio.

Il più recente ciclo di opere di Mario Consiglio compie un ulteriore passo in direzione della pittura artificiale e sintetica. Se sul piano iconografico i suoi Targets rimandano ai soggetti omologhi di Jasper Johns, realizzati alla fine degli anni ’50 dunque agli albori della Pop Art, citano in qualche modo i Colour Field di Frank Stella, per arrivare alle recenti soluzioni neo-optical di Ugo Rondinone, è soprattutto nella scoperta e nel conseguente utilizzo di materiali inediti che Consiglio convince appieno. Compiendo una giravolta su se stesso in chiave oggettuale, adotta teoricamente la lezione dei Neo Geo, e in particolare di Peter Halley, a dimostrare l’impossibilità di una pittura astratta in quanto tale, ma che debba trovare nel reale, se non addirittura nel sociale, la propria ragione d’essere. Materiali plastici catarifrangenti subentrano alla lycra e tecnologici tagli al laser si sovrappongono alla vecchia falegnameria dell’artigiano. Risultato, una sorprendente sequenza di pitture-oggetto il cui fascino primario risiede nel loro perfetto equilibrio, nella precisione chirurgica delle sue stesse architetture.

Luca Beatrice


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