Giacomo Costa

La poetica di Giacomo Costa si concentra sul paesaggio urbano contemporaneo. Attraverso la manipolazione computerizzata della fotografia, l’artista fiorentino crea luoghi impazziti nei quali, senza regole precise, l’architettura cresce, si sdoppia, si accumula e, moltiplicandosi all’infinito, origina scenari assurdi.

La percezione della realtà diventa confusa, così come il confine tra finito e infinito. Attraverso l’indagine architettonica Costa apre un varco verso una dimensione parallela. Le sue composizioni sono metafore del mondo reale, visioni apocalittiche del futuro. Alla ricerca del significato profondo della città contemporanea, si confronta con la realtà delle metropoli globalizzate tra espansione urbanistica, instabilità politica, contaminazioni, mescolando con maestria mezzi espressivi contemporanei a elementi compositivi tipicamente classici.

Nei Paesaggi di fine anni ’90, la manipolazione digitale era minima, le vedute urbane reali, ancora facilmente riconoscibili. L’artista si limitava a inserire grandi monoliti di travertino nelle fotografie scattate con la sua Reflex. I successivi Agglomerati, invece, sono fotomontaggi frutto di collage tra palazzi e grattacieli estrapolati da contesti diversi. Tutto il campo visibile è occupato dalla sovrapposizione degli edifici, che, come impazziti, crescono fino al cielo. La serie Orizzonti (2000), caratterizzata dal taglio cinematografico dei frames concepiti come inquadrature, rivela luoghi mentali, mondi silenziosi, essenziali, metafisici. L’atmosfera è rarefatta, evanescente, senza tempo. Con Megalopoli (2002) Costa torna invece a occuparsi più specificamente del contesto urbano ormai omologato in tutto il mondo e privo di connotati originali. Il ciclo Scene (2004) propone un paesaggio alpino sconvolto dalla presenza di elementi a opera dell’uomo come dighe, bacini e canali, mentre Vedute, atti e prospettive (2003-2006) - caratterizzati da velocissime vie di fuga prospettica -rimandano a un futuro prossimo, dove gli edifici eguaglieranno, in dimensioni e potenza, l’opera della natura. Sono panorami disabitati, sviluppati su moduli riproducibili all’infinito. Nel 2006 Costa ha partecipato, unico artista italiano, alla Biennale di Architettura, Venezia. Inquietanti, desolate, ibride, le sue immagini riflettono sulla possibilità di sopravvivenza dell’uomo in rapporto all’evoluzione dell’ambiente.

Luca Beatrice


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