Il Contributo di Scoppa

Oceano Atlantico, 27 agosto 2001

Cara Eva,
sono sicura che quando ci rivedremo non mi riconoscerai! È successo anche a me, che pure passo un sacco di tempo ad osservare il mio viso, la curva degli occhi, la forma delle labbra, la mappa della pelle, pronta a cogliere il minimo segno del trascorrere della vita e ad addomesticarlo: fondotinta, fard e cipria, innanzitutto.

Sai, no?, che mi sento tanto più vera quanto più imprimo sul mio volto e sul mio corpo la mia idea di me: come una tela vergine che deve essere dipinta per poi essere riconosciuta come quadro, per diventare d’autore. L’autrice di me stessa sono io, insomma. Mascara, ombretti, rossetti sono lo strumento più adatto per darmi forma, la forma che io vedo di me dentro di me. Così che anche gli altri possano vederla, riconoscermi.

È vero, a volte percepisco qualcosa di stonato, una specie di freddezza, non so. Ma tendo a pensare che dipenda dalla mia incapacit di esprimermi, di maneggiare bene gli strumenti a mia disposizione. Interminabili secondi passati a tracciare linee perfette! Il risultato però in genere c’è, lo si coglie nello sguardo degli altri: sguardi ammirati, attratti, a volte sorpresi. Sempre troppo brevi però.

La bellezza allontana, non avvicina, mi hanno sempre detto da piccola. Sembra vero. Un modo sottile per insegnarmi a fare i conti con la solitudine: e tu sai bene quanto questa pesi nella mia vita. Lo lascio trapelare solo ogni tanto, solo con te, che hai avuto la pazienza di guardare oltre, forse perché la tua lunga esperienza di vita ti ha insegnato quanto la bellezza, che hai avuto in dono fin dalla nascita, sia un percorso evolutivo, non una forma statica. Quanto sei bella, ancora oggi, nonostante le rughe sottili che ormai non abbandonano i tuoi occhi anche quando non ridi! Forse è stato proprio per la tua bellezza che ti ho sempre sentita vicina, una sorella più grande, che navigava nello stesso flusso di vita. Chiss .

E poi c’è il mio lavoro, che nel viso e nel corpo trova tutto quello di cui ha bisogno. Una conferma costante della mia bellezza. Il mio solito viso, il mio solito corpo: una superficie distante che racchiude il mio sé, esposta, pronta a lasciarsi manipolare. Basta un bravo regista, un bravo fotografo, e il gioco è fatto: proprio quella distanza, quella consapevolezza del dentro e del fuori, mi aiutano a essere altro, la forma che loro cercano. Per tornare a essere me mi basta rimettere le mani sul mio nécéssaire stracolmo di polveri e creme, rimmel, smalti e lucidalabbra.

Ieri sono stata una giornata intera chiusa in cabina senza farmi vedere da nessuno perché non riuscivo a trovarlo, il maledetto nécéssaire. E gi che i rapporti con le persone qui non sono un granché: al solito gentili, ma distanti. Tutti sempre occupatissimi. Quasi vogliano punirmi per questa mia bellezza non stando mai a sentire quello che dico, non invitandomi a sedermi con loro. Un giorno si sono addirittura dimenticati di apparecchiare per me.

E oggi invece la mia faccia. Eccola qui. Quella cui non ho aggiunto niente, quella che sta dentro la natura delle cose, quella che è nell’immensit del creato, come il mare e il cielo che circondano questa barca. Un minuscolo pezzetto del tutto.

Ricordo un giorno in Africa, Moustaf mi aveva spiegato che i Bambara credono che il mondo, la natura, le piante, gli animali e gli esseri umani sono tutti frutto della medesima forza creatrice, e che la differenza tra gli esseri umani e piante e animali sta nella loro capacit di inventare strumenti per manipolare la natura. Perché così partecipano della capacit creativa universale.

Forse anch'io manipolo la mia esteriorit . Scindo anima e corpo: il mio corpo, il mio viso, è diventato il luogo per mostrare la mia vera essenza, la mia capacit creativa: colorando, smussando, disegnando, aggiungendo qui e togliendo l , passando lunghe ore ad acconciare i capelli in trecce, crocchie, ciuffi e riccoli.

Comincio a pensare che non si può separare anima e corpo. Me lo avevano detto, in Africa: lo spirito creatore è nel corpo, si esprime attraverso il corpo. Invece per me il corpo è un po' come un oggetto: proprio come quando mi dicono accavalla le gambe, butta la testa indietro, un po’ più a destra, un po’ più a sinistra, e quella mano, più morbida…

Pensa che adesso non ho più nemmeno i capelli! Me li sono fatta tagliare quasi a zero da Emma. Vedessi! All’inizio neanche io sapevo dove guardare: anzi guardavo solo la bocca e gli occhi, lo sguardo non arrivava nemmeno agli zigomi per paura di quei nuovi contorni. Poi ci ho passato la mano: la testa tonda tonda, la curva della nuca, due fossette appena accennate in corrispondenza delle tempie. Che roba! Ma mi è venuto da sorridere, leggera, e poi da ridere, da ridere come non ridevo da tempo, così, da sola, tanto che a un certo punto si è sentita una voce da un’altra cabina: «Beh, facci ridere pure a noi, no?». Io ho aperto la porta e mi sono affacciata, ma non ha riso nessuno. Sergio ha detto solo «Accidenti, che trasformazione!».

Mi è bastato.
Così ora torno in America diversa. Ho una nuova curiosit per il fuori, l’altro, la sete che mi ha sempre spinta in giro per il mondo. Tanti viaggi bellissimi ma questo è diverso, è un viaggio verso me stessa.

E ora mi aspetta New York, la mia New York, quanto te ne ho parlato. Una citt che mi è stata subito familiare, prima ancora di viverci, forse perché c’è sempre vento, forse perché le persone sono così diverse eppure vicine, atomi di un unico corpo che è Manhattan, con le sue strade diritte, i ristoranti, quell’ossessione quasi rituale per il cibo. Prima avevo gi una mappa in testa, un itinerario, un percorso pronto appena arrivati: locali, shopping, musica. Ora tutto è diverso. Un’incognita. Anziché essere io a guidare gli altri, ho voglia di lasciarmi portare, di affidarmi e rilassarmi, di ridere e piangere.

Non vedo l’ora di riabbracciarti.
Ti voglio bene.
Valentina.

Cristiana Scoppa, giornalista


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