Ciro Bertini e BAZAR segnalano: "IL FALCO D’ORO" di Vincenzo Pardini

IL FALCO D’ORO
di Vincenzo Pardini
(peQuod. 188 pp., 14 euro)

falcodoro

Una domenica d’inverno. Fuori spira la tramontana e il cielo è plumbeo. Un desiderio di solitudine, lasciarsi pervadere dall’incandescenza delle cose vere. Inizia un rovistare falsamente distratto, via via sempre più affannoso, tra i dorsi di copertina dei libri. Affiora a galla un rifiuto della contemporaneità, che assale nell’arco dell’intera settimana, ostacolando la ricerca di senso. Compare un bisogno di trascendenza, di sentirsi appartenere alla specie umana, a millenni di storia. Ci vuole un classico, con il suo passo esemplare, valido a ogni latitudine, in tutti i tempi. Così però è troppo facile: rifarsi a qualcosa di già consolidato, di stabilito da altri. Se si vuole investire nel futuro occorre rischiare una scelta. Ma certo: Vincenzo Pardini. Del resto, “Tra uomini e lupi” è la raccolta di racconti che ci ha riscaldati lo scorso inverno; quella che, mentre osservavamo crepitare i suoi ceppi nel camino, ci ha offerto scintille visionarie d’un sapere antico che avevamo sepolto in qualche recesso della memoria.
Ora ci è dato “Il falco d’oro”. Per meglio dire, ci è riproposto dalla peQuod, un testo edito da Mondadori nel 1983. Chissà che effetto straniante deve aver fatto un quarto di secolo fa – tanto per non dimenticare: in epoca di monolitico pentapartitismo, di scimmiottamento del transtlantico ottimismo yuppies, di new wave musicale e di alternativismo da corvi – la rappresentazione di epopee di gente rude che sciamava tra casolari e pianori della Garfagnana, al posto dei tic cocainici di chi stava consumando la propria esistenza tra un loft e l’immancabile rito dell’aperitivo della Milano da bere. E infatti in pochissimi si accorsero del libro, relegando – gli altri – l’autore al più nel ruolo di epigono della tradizione bozzettistica radicata in Toscana. E’ una vera fortuna che tale superficialità critica, non abbia tarpato le ali alle velleità di artigiano della scrittura di Vincenzo Pardini. Che nel frattempo, senz’altra urgenza che quella interiore, ha continuato a produrre nella propria officina manufatti sempre più affinati, spurgandoli in certi casi di un’asperità che talvolta aveva il sapore dell’ossessione.
Ma, dicevamo, de “Il falco d’oro”. Composto da venti racconti, tutti – a parte il primo – abbastanza brevi (anche se la prosa è così densa, gli avvenimenti così scalfiti nel tempo, le frasi così cariche di sentimenti trattenuti, che alla fine sembra di aver letto un libro di cinquecento pagine). Storie in cui i protagonisti sono invariabilmente esseri umani o animali - uccelli (per limitarsi a quelli che compaiono nei titoli: il bilancio, il cuculo, il falco e la poiana), cani, gatti, lupi, volpi, tassi, cavalli, muli, orsi, vacche e galline – e in cui assistiamo a una transumanza di emozioni: spesso umane negli animali e animalesche negli umani. Ciò è evidente nel racconto più lungo, ne rappresenta la cifra stilistica e l’elemento che ce lo rende inquietante: parrà un’esagerazione ma la lotta tra l’energumeno Olao e il bilancio fa impallidire, per il mix di riferimenti mitici e sanguigna carnalità, “Il vecchio e il mare”.
Vicende che immortalano un’epica di paese, dove le vite si raggrumano in pochi singolari eventi, tramandati oralmente, come tali sempre in pericolo di assumere toni leggendari. Come i fatti ascrivibili a “Don Pistola”: un prete con la fissazione delle donne e delle armi, che si narra abbia scacciato personalmente sia Mussolini che Hitler, partecipato alla Resistenza, dato per morto, ricomparso, diventato scrittore di romanzi e blasfemo bestemmiatore.
Qui i rapporti di forza in campo sono chiari: il fato sovrasta la volontà degli umani, che, nonostante questo, si dibattono fino alla fine, con un’irriducibilità eroica quanto istintiva.
L’originalità di Pardini, la sua autenticità di autore, risiede nel suo essere selvatico, senza mai cadere nell’approssimativo. Qualcuno lo ha criticato per la primitività di certe scelte linguistiche dialettali. Ma bisogna esser miopi per non accorgersi che se dice “gl’itinerari” o “gl’istinti” è solo perché sarebbe incoerente e forse cadrebbe nel ridicolo a dire “gli itinerari” e “gli istinti”.
Ma per convincervi a trascorrere una domenica d’inverno in compagnia de “Il falco d’oro”, per fornire uno strumento certo di valutazione se Pardini sia o meno l’autore che fa per voi, niente di meglio che estrapolare qualche frase dal libro. Ecco quelle che ci hanno fulminato:

Ogni uomo, dentro, ha qualcosa di sepolto, che neanche il mistero ultimo riuscirà a disseppellire

L’aria grava pregna di sconosciuti umori. La vita misteriosa e selvaggia della foresta ha in sé significati millenari e terrificanti

Ebbe un trasalimento e rimpianse, come non mai, quella forza che fa di ogni uomo un esploratore a sé e un dio”.

Ciro Bertini


AIUTACI

PATROCINI E PARTNERS


Co-edizioni cartacee Bazarsaggi e Bazarcollection


  :: chi siamo
:: contatti
Direttore Responsabile
Eugenia Romanelli
Responsabile News
Alessandra Caiulo
Responsabile Finanziario
Cristiana Scoppa
Graphic Designer
Cristina Manfucci
Web Master
Elisa Barbini
Powered by
i-node