Domande o risposte?
la famiglia italiana è ipocrita? Esistono ancora le vestaglie blu o sono state soppiantate dalle tute araNcioni? Israeliani e palestinesi devono odiarsi per nascita? I libri ci interRogano

BAZAR SEGNALA
MAGGIO SPLENDEVA – Marco Archetti (Feltrinelli. 270 pp., 14 euro)

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Con il ventennio fascista pare che i conti debbano farceli solo gli eredi politici che a esso si richiamano e non tutti gli italiani. E poi la famiglia: esiste istituzione più centrale nella storia della nostra repubblica? (Ebbene no, ancora oggi, pur in presenza di famiglie allargate, disastrate o di inediti agglomerati amicali: basti pensare all’imprenditoria padronale a carattere familiare, alle carriere professionali trasmesse di padre in figlio e, in più in generale, alla logica dei favori clientelari). Ecco, la quotidianità di una normale famiglia durante la dittatura di Mussolini: dev’essere stato questo il cortocircuito che ha messo in moto l’immaginazione ormai matura del trentenne Marco Archetti.
Una famiglia benestante. Padre ricercatore, sempre chiuso nel suo studio a vivisezionare rane. Madre casalinga svenevole, che sopravvive alla noia grazie a fittizie tragedie quotidiane. Figlio maturando, Leo, che vacilla tra il timore di scontentare l’ombra paterna e le prime manifestazioni di una volontà propria. A completare il quadro la cameriera Maria, ma soprattutto lei: zia Ester. Personaggio eccentrico, straordinariamente vitale, straripante una sensualità attempata e un’intelligenza irriverente. La prima parte, quella in cui l’autore affresca i caratteri dei personaggi, è incredibilmente efficace: una volta tanto non semplici figurine odierne rivestite con abiti d’epoca. Poi la rivelazione, il coup de théatre: Leo fissando un oggetto riesce a farlo sparire. Ester pronta ne intravede le possibilità redditizie, trasformandosi nell’impresaria del nipote. Finché non realizza quale potrebbe essere l’impresa tra tutte la più redditizia per l’intero Paese…
Il sorprendente epilogo finale disvela che la famiglia italiana è sì ipocrita, ma anche capace di impensabili slanci. Come quelli della lingua di Archetti, che non si accontenta mai, sempre alla ricerca com’è di alchimie inedite.
Colonna sonora: TOM WAITS Orphans

TALENT scouting
FIGLIA DI UNA VESTAGLIA BLU – Simona Baldanzi (Fazi Editore. 186 pp., 13,50 euro

baldanzi

Ma esiste ancora una “questione operaia” - oggetto di romanzi, saggi e disquisizioni intellettuali - che, dalla rivoluzione industriale in poi, ha tenuto banco per due secoli? Oppure con l’automazione produttiva, che ha avuto come conseguenza una drastica riduzione degli addetti, è diventata ormai obsoleta? Eppure gli operai ci sono ancora: svolgono mansioni usuranti, spesso in condizioni ambientali dannose per la salute. E sono vittime di un numero insostenibile di morti sul lavoro. Lo sa bene la 29enne Simona Baldanzi che sull’argomento ha costruito un ottimo esordio narrativo.
Già figlia di una vestaglia blu (la madre ha speso una vita come operaia di catena presso lo stabilimento Rifle di Barberino del Mugello), è stato quasi automatico che per la tesi universitaria si occupasse delle tute arancioni (gli operai incaricati dei lavori di costruzione della TAV nel Mugello). Il suo romanzo, suddiviso in tanti brevi capitoli, insieme autonomi e raggomitolati l’uno nell’altro, è il diario di una ricerca sul campo che registra difficoltà e scoraggiamenti, successi e slanci vitali, continuamente interrotto da ricordi di infanzia sull’incombenza della fabbrica e da riflessioni sul presente che testimoniano la vocazione a denunciare l’infinità di soprusi derivanti dalla disuguaglianza sociale.
Anche se la vera forza del libro sta nella sincerità della voce narrante, con la sua capacità di trasmetterci emozioni intensissime senza alcuna enfasi. Come quelle evocate dalla miscela di affetto e rispetto per due persone di età ed esperienze affatto differenti dalla sua: la madre (“Come è possibile somigliarle tanto nel volto, nelle espressioni, nella voce e poi usare il proprio corpo, le mani, il compiere passi in maniere tanto diverse?”) e il calabrese Pietro (“Mio padre faceva il minatore. Adesso è malato di silicosi. Io sono figlio d’arte”).
Colonna sonora: MOLTHENI Hotel Memoria

peNsare leggendo
IDENTITA’ E VIOLENZA – Amartya Sen (Editori Laterza. 219 pp., 15 euro)

sen

Chissà cosa accadrebbe alla prossima assemblea ONU se fosse messo all’ordine del giorno: “Considerazioni in seguito alla lettura dell’ultimo saggio di Amartya Sen”. Nella migliore - e più utopistica - delle ipotesi assisteremmo a un applauso unanime, preludio di volontà che si mettono in moto allo scopo comune di realizzare la coesistenza di culture nel rispetto delle differenze. In un’ipotesi di profilo più basso – ma ancora tutto sommato positiva – osserveremmo l’intrecciarsi di abbracci trasversali: un nero brasiliano che si stringe a un nero marocchino, una donna peruviana a una donna norvegese, un gay australiano a un gay bulgaro e un musulmano USA a un musulmano dell’Iran. Purtroppo, nell’ipotesi più reale, ci sarebbero poche parole di circostanza da parte di qualche oratore nella più generalizzata disattenzione degli astanti.
In breve, cosa dice di tanto importante il Premio Nobel per l’Economia 1998?
Che è tanto + facile scatenare masse di individui le une contro le altre, quanto più si riducono le individualità a singole identità, minimizzando la rilevanza delle altre. Per esempio: sei palestinese, quindi devi per forza odiare l’israeliano. Non importa il fatto che sei una donna palestinese e che hai analoghe difficoltà di affermazione in un mondo maschilista di una donna israeliana. Che magari sei un’insegnante palestinese e che quindi devi affrontare problematiche pedagogiche simili a quelle della tua collega israeliana. Che siate tutte e due pacifiste, madri, amanti di Mozart e del cioccolato, tutto questo passa in second’ordine: dovete odiarvi per la vostra nazionalità di nascita. Ecco che allora combattere questo riduzionismo dell’identità a un unico elemento – a meno che non lo si faccia per dire: “siamo tutti identicamente esseri umani, il valore di ogni singola vita è lo stesso” - è una buona base di partenza per edificare una nuova fratellanza universale.
Colonna sonora: ARRESTED DEVELOPMENT Since the last time

UppER REaDERS
L’APPRENDISTATO DI DUDDY KRAVITZ – Mordecai Richler (Adelphi. 350 pp., 19,50 euro)

richler

Considerato l’enorme successo italiano de “La versione di Barney” – maturato in un clima di esaltazione revanscista del politically uncorrect, conseguenza del malpancismo nei confronti dei buonisti di sinistra – non ci si può esimere da un confronto: questo “Apprendistato”, scritto molti anni prima (nel 1959), è meglio o peggio di quello? E Duddy è o non è Barney da giovane? La risposta più sincera, anche se passibile di non essere creduta apparendo troppo politically correct è: né meglio né peggio. E’ un’altra cosa: una storia di formazione e fotografia sociale della comunità ebraica di Montreal a cavallo tra i ’40 e i ’50.
E ancora che: Duddy non è Barney, anche se il suo essere un sognatore imbattibile, uno che vive di fantasticherie, lo rende molto simile al più vecchio e, in quanto tale, disilluso personaggio che verrà dopo di lui.
Incontriamo Duddy Kravitz a scuola: sorta di Franti, solo un po’ più cattivo e molto più cinico. In particolare, lo vediamo prendere di mira un insegnante progressista, reo di non voler applicare punizioni corporali sugli allievi. Sono pagine bellissime, di grande tensione emotiva. Dopo, lo troviamo diciottenne scalpitante per farsi una posizione, inseguendo il diktat del nonno: “un uomo senza terra non è nessuno”. Così, intravede dei terreni intorno a un lago e immagina di poterci costruire un giorno degli alberghi. Per acquistarli, di notte guida il taxi del padre, di giorno vende sapone e si butta nella nascente industria cinematografica: il tutto con una miscela di determinazione, spavalderia, millantaggio, ottimismo volontaristico e incredibili ingenuità. Insomma, una specie di antesignano degli odierni furbetti del quartierino, salvato dagli affetti e, per assurdo, da una delle famiglie ebraiche più devastanti mai raccontate.
Colonna sonora: PLANET FUNK Static

OLD FAShION
LA CIVETTA CIECA / TRE GOCCE DI SANGUE – Sadeq Hedayat (Feltrinelli. 222 pp., 25 euro)

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Se vi dicessero: “Nato all’inizio del secolo scorso, da famiglia agiata, si trasferisce in Francia con una borsa di studio, torna al proprio paese come funzionario di banca, scrive un romanzo, causa dipendenza da oppiacei resiste poco, intraprende un viaggio mistico in India, compone una quarantina di racconti, muore suicida a Parigi nel 1950, chi è?” Dite la verità, pur non affiorandovi alcun nome alla mente, pensereste che deve trattarsi del solito americano inquieto. O, al massimo, di un irregolare europeo. Che sorpresa invece scoprire che questa è la biografia di Sadeq Hedayat, un iraniano studioso dell’antica lingua persiana e al tempo stesso un esistenzialista invaghitosi delle scienze occulte. Come a dire: un cultore della tradizione orientale permeato degli stimoli spirituali più in voga nell’occidente. Il risultato è un’opera controversa, messa al bando dal regime dello Scià, in quanto considerata corruttrice della gioventù. In realtà, La civetta cieca, è una storia narrata da un visionario, che descrive con un linguaggio sontuosamente ambiguo trame che come spirali si avvitano su se stesse, avvolte da una nebulosa che oggi definiremmo psichedelica. Come La nausea di Sartre, in alcuni frangenti è respingente e in altri vi afferra la gola e ve la stringe; a tratti appare una costruzione tutta intellettuale e in altri vi precipita in un incubo horror.
Dopo ci sono 7 racconti assai interessanti e piuttosto eterogenei. In uno Hedayat dice che la vita è “come attraversare un deserto sperando di avere qualcuno dietro, ma quando ci si volta per stringere la sua mano, ci si accorge che non c’è nessuno. Poi si inciampa e si cade in una buca che fino ad allora non si vedeva”: vi è mai capitato di leggere una cosa tanto terribile?
Colonna sonora: BERT JANSCH The black swan

BAZAR COLLectION
NOIR (Dizionari del cinema) – Gabriele Lucci (Electa. 351 pp., 20 euro)

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Pochi dizionari appagano i sensi come quelli dedicati al cinema da Electa. Innanzitutto - a costo di passare per feticisti - l’olfatto e il tatto: quasi impossibile non sprofondare a più riprese il naso nell’incavo delle pagine assorbendone l’odore piacevolmente stordente e non sfiorare con i polpastrelli la superficie liscia accarezzandone la patina. Immediatamente dopo, la vista, essendone la quantità di immagini (600 ca.) il vero punto di forza. Sì, perché più che esaustivi sotto il profilo enciclopedico, si tratta di volumi che viene voglia di aprire a caso, vedere dove si è cascati e da lì iniziare a sfogliare piluccando informazioni.
Divisi in sezioni tematiche, dopo Western, Animazione e Musical, è la volta del Noir. Un genere, cinematograficamente parlando, sempre molto cool: dalla nascita, all’inizio degli anni ’40, alla rielaborazione che ne ha fatto ai giorni d’oggi Quentin Tarantino. E chissà che questo costante successo non sia frutto della catarsi che provoca nello spettatore la visione ossessivamente pessimistica, talvolta addirittura apocalittica, che ci restituisce della realtà (dopo, all’uscita, uno si dice che in fondo le cose non sono così drammatiche).
Box essenziali, didascalie accurate e riproduzione fedele di gustose sequenze fotogrammatiche: mero esercizio accademico sproloquiare su ciò che manchi (film, registi o interpreti). Semmai viene voglia di correre a rintracciare la pellicola segnalata che ci si è persa o, grazie a questo agile ripasso, rivedere qualcosa che ormai giaceva nel dimenticatoio della nostra memoria.
Colonna sonora: CASINO ROYALE Reale


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