il guaio di questi liBri è ke dicono la veRità
la follia come ridicola strategia di vita, un proliferare di solitudini a ritmare undici racconti, molta inquietudine individuale, un mix di marginalità programmatica e un po' impulsi autodistruttivi...

baZar segnALA
FRATELLI DI SANGUE
– Ingvar Ambjornsen (Editrice Pisani. 237 pp., 15 euro)

ambjornsen bertini

Si chiamava “Elling” e chi lo ha visto al cinema qualche anno fa non può avere dimenticato, tanto era coinvolgente, la storia dei due disadattati norvegesi alle prese con il reinserimento nella comunità dei sedicenti normali. Finalmente ora esce in Italia il romanzo da cui è stato tratto il film. E, come spesso accade, il godimento risulta di gran lunga superiore.
Allora: terminato il periodo di cura, l’iper-progressista comune di Oslo affida un’abitazione e un sussidio ai due ex-matti Elling e Kjell Bjarne. Il rischio è che i due vi vivano ricreando uno stato di autoreclusione simile a quello dell’istituto da cui sono appena usciti. Perciò compito di Frank, figura di assistente sociale dai modi efficacemente burberi, è quello di stimolarli a uscire: superare l’isolamento sociale, impedendogli di rifugiarsi nelle loro ossessioni alle prime difficoltà nell’impatto con il mondo reale. I due rappresentano una coppia improbabile, tipi che più diversi non si può: tanto Elling è controllato, educato fino alla manierazione, pronto però a esplodere incontrollatamente di fronte alle ingiustizie, quanto Kjell Bjarne, una montagna di carne e muscoli che ingurgita quantità impressionanti di cibo, è inurbano (non si lava ed è quasi afasico). Eppure il loro sodalizio è, per quanto complicato, saldissimo – per l’appunto fratelli di sangue – sia perché entrambi sono delicati e ipersensibili in un modo fuori del comune, sia perché si vogliono un gran bene. Grazie alla comparsa sulla scena di altri 2 personaggi un po’ strambi – una donna ubriaca pesantemente incinta e un anziano ex poeta – i nostri prenderanno coraggio e via via fiducia in se stessi.
La forza e l’originalità del libro non è tanto nel consolante messaggio che a questo mondo c’è un posto idoneo per ogni diversità, ma nella rappresentazione della follia come strategia non solo tragica ma anche ridicola. Al pari della vita.
Colonna sonora: MARS VOLTA Amputechture

talent SCOUTing
PECORE NERE – Gabriella Kuruvilla, Ingy Mubiaby, Igiaba Scego, Laila Wadia (Editori Laterza. 138 pp., 9,50 euro)

pecore nere
L’intento di questa raccolta di racconti, di questo peculiare multi-esordio, è programmatico: proclamare alla repubblica dei lettori che finalmente esiste anche in Italia una narrativa migrante. In ritardo di qualche decennio rispetto ad altri paesi europei, ma tant’è (d’altra parte, fino a qualche decennio fa, i flussi migratori non erano diretti verso l’Italia, anzi, semmai dall’Italia partivano). E proprio per questo motivo - per avere già letto e visto in molti film la rappresentazione dei problemi identitari che investono persone nate in un paese in seno a una famiglia radicata alla cultura del paese di provenienza – ben pochi sono in questi brani i motivi extraletterari di sorpresa. Né, va detto, si intravedono da un punto di vista linguistico prose spurie, in grado di contaminare con neologismi la nostra lingua rinnovandola (come accaduto per esempio con l’inglese di Rushdie, Kureishi o del nobel Naipaul).
Eppure l’obiettivo è in qualche modo centrato. Forse grazie alla lodevole scelta di avere antologizzato esclusivamente storie scritte da donne: come se l’appartenenza al genere femminile accentuasse il disagio di non essere né carne né pesce, ma di essere una sostanza nuova - magari meravigliosa ma ancora in fase di definizione - come tale da tutti bistrattata. E sicuramente grazie alla tenuta di ognuno dei racconti.
Bene, ora tocca a loro spiccare il volo offrendoci prove più consistenti. Per ora le ringraziamo per averci insegnato che se le incontriamo le domande più stupide da porre sono: “ami più l’Italia o…”, “ti senti più italiana o …” e “come mai parli kosì bene l’italiano?”
Colonna sonora: CHARLOTTE GAINSBOURG 5:55

penSAre leGGendo
IL RUGGITO DELLA MUCCA VIOLA – Seth Godin e il Gruppo dei 33 (Sperling & Kupfer Editori. 229 pp., 12,50 euro)

muccaviola

Nel 2002 con “La mucca viola” – sottotitolo “Farsi notare (e fare fortuna) in un mondo tutto marrone” – a Seth Godin riuscì un’impresa fuori dal comune: scrivere un libro dove, illustrando un’innovativa tecnica di marketing, faceva sentire qualsiasi tipo di lettore un individuo unico, che deve andare fiero della propria diversità, improvvisamente posseduto dalla volontà di buttarsi lancia in resta in una qualche attività che gli avrebbe garantito soddisfazione creativa e un ritorno economico. Insomma un piccolo prodigio. E un vademecum per migliorare la propria esistenza da portare sempre con sé, in tasca (visto anche il formato del libro di piccole dimensioni), per consultarlo in ogni eventuale momento di sconforto.
Nel 2006 Seth Godin è tornato e, se possibile, rincara la dose. Come risulta evidente sin dal titolo. Oltretutto, a diffondere il verbo della mucca viola, non è più solo, contornato com’è da 32 sodali, ma soprattutto da una moltitudine di lettori ormai in crisi di astinenza. Questa volta il sottotitolo recita: “Ci vuol coraggio per farsi notare”. Un assunto che era già chiaro dal precedente libro. Nel nuovo è tutto un ribadire che “bisogna essere straordinari”. Per riuscire a vendere un prodotto, naturalmente. Ma anche questa volta, basta poco per lasciarsi irretire dall’entusiasmo coinvolgente dell’autore e finire col dirsi che straordinari bisogna eSSerlo per viVere pienamente. Se alla fine l’invito di Godin risulta convincente è perché nessuno di noi ne può più di sentirsi oggetto inerme, comparsa rassegnata a recitare la propria parte, stabilita da una produzione ignota, in attesa dell’ineluttabile “The end”.
Colonna sonora: BECK The information

uPPer readerS
L’UOMO DEL SILENZIO – Antonio Di Benedetto (BUR. 184 pp., 8,50 euro)

di benedetto
Se la letteratura è un fondale marino che, a seconda delle correnti, nasconde tesori per decenni e poi li disseppelisce sospingendoli a galla, possiamo allora reputarci fortunati di essere stati coevi al rinvenimento di un romanzo di questo valore, scritto da un argentino di origini italiane nel 1964.
Un uomo di 25 anni, tornando dal lavoro per il pranzo, avverte un rumore inedito nelle vicinanze della propria abitazione. Il rumore, come di un autobus acceso, non smette fino a sera, per riprendere la mattina dopo. La sua mente si fissa su quel rumore, sulla sua invadenza. Cerca appigli giuridici, ripone fiducia nelle autorità, per farlo smettere: con esiti irrilevanti. (Se sentite sentore di Kleist o Kafka, siete autorizzati a farlo: l’uomo in questione non ha un nome, fa l’impiegato e vive in una cittadina imprecisata). Pian piano il rumore si trasforma, imprendibile e insopportabile. E’ il moderno che avanza, l’inarrestabile corsa della civiltà (?) urbana che tutto travolge. L’individualità sacrificata alla società di massa. (E fa una certa impressione apprendere che Di Benedetto a un certo punto sparì: arrestato e torturato dalla giunta militare argentina nel 1976, per motivi indefiniti).
Nella seconda parte, il rumore diviene una questione metafisica. Il rumore sono gli altri, interferenze che con il loro semplice essere impediscono la concentrazione necessaria alla nostra realizzazione. Insomma, siamo invitati a fare una passeggiata rasentando il sentiero della follia.
Un libro magico che dà molto, ma che pretende anche: “ogni lettore, spero, potrà pensare più di quello che ho pensato nello scriverlo”.
Colonna sonora: BADLY DRAWN BOY Born in the UK

OLd fashioON
UNDICI SOLITUDINI – Richard Yates (Minimum fax. 257 pp., 10 euro)

yates
Con Richard Yates sai già come andranno a finire le cose: male. Prendi questi 11 racconti del 1962 dal titolo programmatico di “Undici solitudini”. Cosa puoi aspettarti da loro, roba allegra? Manco per idea. E infatti è tutto un proliferare di solitudini, nel senso che ogni racconto non si limita a sviscerare quella dello sfigato protagonista, ma ne aggiunge altre: quelle dei comprimari. Di più: potresti dire che per Yates ogni uomo è in lotta col mondo a causa della propria solitudine. Perciò, quando ti va bene si tratta di racconti malinconici, quando ti dice male sono tristi a bestia: tipo per intendersi Flannery ‘O Connor, l’infanzia di Capote o la neve silenziosa di Selby jr. Eppure, il fatto strano è che pur sapendo tutto questo non vedi l’ora di affrontarli ‘sti racconti. Sempre di più, mano a mano che procedi nella lettura. E una volta terminati, magari ti scopri a rileggerne qualcuno. Perché? Ovvio, perché sono scritti benissimo: non c’è una parola di troppo, rilucono cristallini di vero, sono sinceri per congenita incapacità dell’autore a essere altro.
Del resto Yates era fin troppo consapevole della sua condanna (“il guaio dei miei libri è che dicono la verità” ) e delle conseguenze a cui lo esponeva (“la perfezione se è facile da ammirare è difficile da amare e X rifiutava di farsi amare dagli altri”): vita inquieta, probabilmente infelice, anche per gli altalenanti riconoscimenti letterari. A quelli come lui, tocca la venerazione post mortem di una élite di lettori. Agli aspiranti folgorati sulla strada di Damasco, si segnala il romanzo “Revolutionary Road” come la migliore storia della dissoluzione di un matrimonio contemporaneo mai letta.
Colonna sonora: KOOP Islands

BAZAR collecTion
DOV’ERI TU NEL ’77? – Federico Fiumani (Coniglio Editore. 92 pp., 10 euro)
PRIMA PAGARE POI RICORDARE – Filippo Scòzzari (Coniglio Editore. 206 pp., 14 euro)

fiumani bertini filippo scozzari
Già, dov’eravate voi nel ’77? A fare gli indiani metropolitani o non ancora nati? Comunque sia, dopo aver fatto indigestione del ’68, propinatoci davvero in tutte le salse, pare sia arrivato il momento di riconsiderare questo altro anno fatidico: il ’77. Con una differenza sostanziale: mentre molti di “quelli che hanno fatto il ‘68” sono successivamente diventati classe dirigente, magari operando con disinvoltura inattesi salti di campo, a pochi di “quelli che hanno fatto il ‘77” è toccata la stessa sorte. Scarsi riconoscimenti postumi e molta inquietudine individuale, in un mix di marginalità programmatica e impulsi autodistruttivi, efficacemente rappresentati da questi due libri della Coniglio Editore.
Federico Fiumani, leader dei Diaframma dai primi anni ’80, è ormai assurto a figura di culto per una ristretta cerchia di estimatori, incapaci di spiegarsi con il solo argomento della sua coerenza il motivo per il quale sia rimasto appannaggio di una schiera esigua di pubblico. Certo, uno che dice che amava i musicisti punk del ’77 “perché era gente malata, diversa, emarginata, mostruosa”, non può essere per tutti. Un artista che si mette in gioco fino in fondo – ma non dovrebbe suonare pleonastico? - autore di testi, canzoni e poesie, di rara intensità. Per niente pacificato, sempre emozionante.
Filippo Scòzzari, ha vissuto la stagione più iconoclasta e fervida del fumetto italiano, partecipando, tra gli altri, a “Cannibale”, “Frigidaire” e “Il Male”. Il suo racconto autobiografico, svolto in una prima persona provocatoriamente livorosa e blasfema, risulta in realtà tutto fuorché una celebrazione generazionale: “il movimento era sostanzialmente triste, uggioso. Cupi. Incazzati. Non esistevano spiritosi”. E contiene un ritratto vivo e non agiograficamente encomiastico di Andrea Pazienza che finalmente gli rende giustizia.
Colonna sonora: THE ROOTS Game theory


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