leTture sottoSOPRA
la Trieste intellettuale, gli intrigHi sottesi a una comuniTà chiusa, il Vonnegut-pensiero, il retagGio anceStrale di procreAtrici, l'inFerno di una vera gueRra postmoderna, il delirio cHe ci risuCchia...

BAZAR SEGNALA
LA CORSA – Tim Krabbé (Marcos y marcos. 186 pp., 14 euro)
krabbè

Siete pronti? Se non lo siete, è meglio aspettare il momento giusto. Si, perché avere tra le mani questo libro è come trovarsi in mezzo al mare con lo wakeboard ai piedi: stringete la barra di legno collegata al motoscafo e, a sentirne il motore rombare, fremete, in attesa come siete dello strappo. Sappiate che iniziato il libro, il gas raggiunge la massima potenza e il vostro corpo sale su su fino a stagliarsi sull’acqua. Dopodiché, provetti sciatori o meno, non potrete più fermarvi se non facendo segnali allo scafista.
Che, attenzione, è un olandese di nome Tim Krabbé: un sadico che non vi molla più fino a pagina 186. Uno che, come molti sadici, conosce a menadito l’arte di irretire voi masochisti. Perché prima di tutto è lui, il Principe dei masochisti. Essendo un signore che una mattina si sveglia e decide di sfidare il suo corpo, cimentandosi a 29 anni nel ciclismo dilettantistico. Corse tremende, sfibranti, intrise di fango che si ghiaccia sulla pelle. Su pavé impervi, con avversari incarogniti in disperate lotta per la sopravvivenza. Lo fa per poi scriverne, convinto che “tra una gara e l’altra finisco sempre con l’imparare qualcosa”.
La corsa che ci racconta è un delirio che vi risucchia. Di essa dice che “la parte migliore è la sofferenza […] maggiore è la sofferenza maggiore è il piacere”. Degli avversari si chiede cosa può essere accaduto loro nella vita per spingerli a gareggiare. Dei non ciclisti dice con sprezzo che la fatuità delle loro esistenze lo sciocca. Tra fitte lancinanti e visioni, rancori adrenalinici e inaspettati slanci di umanità, Krabbé rievoca storie di disfatte epiche intervallate ad altre di gloria mitica.
Alla fine del tour de force che vi ha imposto, a scafo ormai spento e libro finito, avrete solo un grande desiderio: poterlo abbracciare e dirgli grazie per la corsa che vi ha concesso.
Colonna sonora: THE WHITEST BOY ALIVE Dreams

TALENT SCOUTING
GOMORRA – Roberto Saviano
(Mondadori. 331 pp., 15,50 euro)
saviano

Il miglior esordio dell’anno. Ci vorrebbe un miracolo - un altro? - perché di qui alla fine ne uscisse uno in grado di superarlo. Un superbo reportage narrativo sul cancro radicato nel ventre di Napoli, la camorra. L’analisi attenta delle sue metastasi da parte di un oncologo che, non potendo sconfiggere il male, prima lo studia dall’interno e poi compie un immane sforzo per rendercelo comprensibile.
A noi, che stentiamo a credere possa avere solo 27 anni, tanta la competenza socio-economica (“la logica dell’imprenditoria criminale, il pensiero dei boss coincide col più spinto neoliberismo”); l’intuito psicologico (“si crede stupidamente che un atto criminale per qualche ragione debba essere maggiormente pensato e voluto rispetto a un atto innocuo”); l’impatto da narratore scafato (“non sono certo sia fondamentale osservare ed esserci per conoscere le cose, ma è fondamentale esserci perché le cose ti conoscano”). Eppure è vero: Roberto Saviano ha solo 27 anni.
Così ci ritroviamo a seguirlo nelle sue coraggiose scorribande in vespa, allo scopo di giungere prima della polizia sui luoghi degli agguati. Con lui, ci si chiude lo stomaco o rischiamo di vomitare, proviamo sdegno o rabbia, paura impotente o istinto di fuga. Perché ci catapulta nell’inferno di una vera guerra postmoderna che si svolge in casa nostra: con i suoi bambini-soldato e kamikaze a buon mercato, gli eccidi efferati e le torture più inimmaginabili, i morti tra la popolazione civile e la fame atavica per uno stipendio. Senza vie d’uscita, perché “la forza economica del Sistema camorra è proprio nel continuo ricambio di leader e di scelte criminali” e perché un detenuto nel carcere minorile può dire: “Io voglio diventare un boss. Voglio avere supermercati, negozi, fabbriche, donne […] E poi voglio morire ammazzato”.
Leggere il capitolo “La guerra di Secondigliano” fa apparire improvvisamente finto e artificioso James Ellroy. Fine.
Colonna sonora: HERBERT Scale

PENSARE LEGGENDO
MADRI SELVAGGE – Alessandra Di Pietro/Paola Tavella
(Einaudi. 184 pp., 11,50 euro)
dipietro tavella

Ci mancavano solo i notai! Avete visto la loro pubblicità sui settimanali? “Caro notaio, io vorrei un figlio”. Non sarà mica che oggi le donne debbano chiedere consulto anche a questa categoria prima di compiere una scelta impattante prima di tutto su di loro? Se questo libro non fosse uscito alcuni mesi fa, siamo quasi certi che detta operazione di marketing non sarebbe sfuggita all’occhio vigile delle autrici; anzi, che sarebbe diventata oggetto di una delle chiacchierate mattutine che hanno fornito il substrato alla loro ricerca sul corpo femminile alle prese con le nuove biotecnologie.
Si, perché il bello è che Alessandra Di Pietro e Paola Tavella, anziché ancorarsi a un’idea preconcetta e poi argomentarla dottamente, si sono via via affidate ai messaggi – prima flebili poi sempre più incalzanti – suggeriti dal retaggio ancestrale di procreatrici, che le ha indirizzate verso la necessità di mantenere gli atti legati al generare nell’alveo della naturalità. Senza ignorare, al contrario ribadendo, che la missione femminile di madre nutritrice non si esaurisce con il mettere al mondo dei figli. E qui fanno l’esempio di donne illustri, che pur senza prole, hanno partorito idee rivoluzionarie e opere immortali. Ma non ce n’era bisogno: a meno d’essere strabici, basta l’osservazione della vita quotidiana. Di donne che si preoccupano più di cosa fare per migliorare la qualità dell’atmosfera per i futuri abitanti - ora e qui - che di avere figli a tutti i costi. Che hanno il coraggio di interrogarsi sul “misterioso enigma dell’altro dentro di sé”, senza la presunzione che tutte le altre debbano farlo e sopportando la perdita di compagne di strada politica. Che hanno la leggerezza di proporre in appendice “la meditazione della doppia Yoni”, senza il timore di venire derise. Vada loro la riconoscenza per averci nutrito il cervello.
Colonna sonora: RICCARDO SINIGALLIA Incontri a metà strada

UPPER READERS
UN UOMO SENZA PATRIA – Kurt Vonnegut
(Minimum fax. 116 pp., 11,50 euro)
vonnegut

Date retta gente, sorseggiate avidamente questo libro: oltre a trarne un piacere immediato, ne uscirete persone migliori. Se osiamo tanto, è nell’assoluta certezza che Kurt Vonnegut non leggerà mai questa frase; altrimenti, travolti dagli strali della sua incomparabile ironia, come minimo ci beccheremmo del citrullo (non foss’altro per aver impiegato a sproposito il punto e virgola).
Se vi siete persi i suoi romanzi sono affari vostri, anche se un concorso di colpa fino a qualche anno fa ce l’aveva l’uscita frammentata della sua opera presso vari editori; (e qui, con questo punto e virgola, ci dimostriamo citrulli recidivi) ma oggi non più, in quanto via via ripubblicati da Feltrinelli. Ebbene, vi siete lasciati sfuggire un’ottima occasione per sentirvi un po’ più intelligenti e meno soli: nella vostra filantropia socialisteggiante, così come nella vostra misantropia scatenata dai potenti e da chi li acclama.
Ora potete riparare e abbeverarvi di Vonnegut-pensiero, direttamente alla fonte saggistica. Che dice, che dice, l’alter ego di Kilgore Trout (lo scrittore di racconti di fantascienza pubblicati su riviste pornografiche, che sta a Vonnegut come Nathan Zuckerman a Philip Roth)? Niente che non abbia già detto nel passato. Solo che è costretto ad aggiornare le maschere sempre più improbabili dei burattinai odierni (“Studenti di Yale da sufficienza scarsa”). E a rincarare la dose, perché oggi le cose nel mondo sono messe molto peggio: “la verità più grossa a cui oggi dobbiamo far fronte è che secondo me alla gente non gliene frega un fico secco se il pianeta continua a esistere o meno. Mi sembra che oggi tutti quanti vivano come sono abituati a fare i membri degli Alcolisti Anonimi: giorno per giorno. Qualche altro giorno, e poi tanti saluti”. Nel 2006 Vonnegut ce l’aveva detto, gente!
Colonna sonora: CHICO BUARQUE Carioca

OLD FASHION
UN DELitTO – Georges Bernanos (Guanda. 210 pp., 8,50 euro)

bernanos

Cose che capitano ai grandi scrittori. Versare, a un certo punto della loro carriera, in condizioni di difficoltà economica. Accettare di scrivere un libro di genere, rivolto a un pubblico più ampio del solito. E non riuscire a costringersi nei parametri imposti: perché, per quanto si cerchi di comprimere l’incandescenza della materia narrativa, alla fine deborda come una colata lavica.
Georges Bernanos ci provò, nel 1935, con questo libro, che doveva essere pubblicato sotto pseudonimo. Probabile che l’idea iniziale fosse di escogitare un plot da romanzo giallo con venature sociali. E infatti: in un villaggio di campagna, proprio nel giorno in cui si insedia il nuovo giovane parroco, viene trovata morta nel suo castello un’anziana vedova e rinvenuto rantolante all’esterno il presunto assassino. Da subito facciamo la conoscenza delle figure di spicco del paese: il sindaco, il medico, il poliziotto. Per poi addentrarci con gradualità negli intrighi sottesi a ogni comunità umana chiusa, spesso alimentati dalle dicerie e dai sospetti.
Solo che Bernanos non ha un’idea manichea della realtà: sa che le cose si complicano “se si esce dal dominio dei fatti per entrare in quello dei moventi che noi chiamiamo intenzioni. E questo dominio è praticamente illimitato”. Ma soprattutto non è un’ipocrita, facendo parte di quella schiera minoritaria di credenti che si scagliano contro l’infingarda paciosità del cattolico medio, corresponsabile del dilagare del male nel mondo. E convinto com’è che “una lunga dissimulazione deve fare sbocciare un giorno o l’altro il dramma che ognuno di noi porta dentro di sé a sua insaputa”, ha cercato di snidarla con la scrittura.
Colonna sonora: THOM YORKE The Eraser

BAZAR COLLECTION
TRIESTE SOTTOSOPRA – Mauro Covacich
(Editori Laterza. 121 pp., 9 euro)
Covacich

Un paio d’anni fa, quelli della Laterza hanno avuto un’intuizione brillante: far redigere delle guide-città a quarantenni scrittori autoctoni. L’età - da mezzo del cammin di nostra vita - conta: infatti da autori più giovani sarebbe stato logico aspettarsi delle rassegne sui luoghi di divertimento, mentre da quelli più anziani scelte maggiormente paludate e radicate alla tradizione. Così, invece, c’è un po’ e un po’. Ecco allora la Milano di Aldo Nove, la Roma di Emanuele Trevi, la Torino di Giuseppe Culicchia e la Palermo di Roberto Alajmo. E, oggi, la Trieste di Mauro Covacich.
Trieste città di frontiera, anche se con l’allargamento dell’Unione Europea di fatto non lo è più. La Trieste mitteleuropea del Castello di Miramare, nel cui parco invaso da comitive di turisti si possono incrociare invariabilmente ricercatori in odore di nobel e maratonete con il piercing all’ombelico. La Trieste borghese e intellettuale dei caffè, dove capita di imbattersi in Claudio Magris ma anche nel megaschermo per la Champions League. La Trieste multiculturale e poliglotta, che però ha tragicamente ospitato l’unico forno crematorio in Italia; il cui bosco di Basovizza è stato teatro delle foibe titine così come via di scampo per i profughi del Kosovo. “La città più meridionale dell’Europa del Nord”. Addirittura “la Napoli del Nord”, se è vero che caratteristica dei triestini è “amare la vita senza inibizioni e falsi pudori”. Grazie all’esistenza dei ricreatori, come ci spiega in un capitolo autobiografico Covacich. Che non ci suggerisce ristoranti, ma di fermarci nelle osmizze. Che ci fa scoprire che nel quartiere di S.Gacomo, dove abita lui, c’è la maggior concentrazione di compassati freaks con code di cavallo. Ma, soprattutto, che la bomba americana non è un ordigno ma un tuffo. Preparate le valige!
Colonna sonora: ZERO7 The garden



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