l'iNNocenza e l'inDEcenza
pagine che mescolano d'Annunzio a Superman, spaziando da un mito del rock a un mito del cinema italiano. Tra innocenti verità e storie indecenti

BAZar SEGnala
I FEEL GOOD – James Brown (Minimum fax. 226 pp., 13 euro)

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Afiiilgù! Vara-vara-vara-và… Provateci un po’ voi a stare fermi. A non battere neanche un piede di nascosto. Visti! E’ semplicemente impossibile. Roba che ha 40 anni tondi tondi, eppure ancora spacca. E lui, James Brown, di anni ne ha addirittura 73. Non ardiremo sostenere che in corpo gli si agiti l’energia esplosiva di allora, ma l’aspetto – capello cotonatissimo, abito attillato che sembra dover esplodere da un momento all’altro e scarpe nere di vernice lucida dal tacco proibitivo – è rimasto lo stesso: solo che, paradossalmente, è come se oggi il suo essere diventato un’icona lo facesse apparire meno kitsch.
Le sue memorie si aprono proprio così, con un ritorno sul luogo del delitto a 4 decenni di distanza: l’Apollo Theater, il tempio che lo ha consacrato. Pare di vederlo inquadrato dal cono di luce, appena un po’ più rigido sul tronco, accarezzare il palco con i movimenti sinuosamente percussivi delle sue estremità scintillanti. Certo, sono pagine intrise di malinconia e di un’inusitata modestia per il nostro: guardandosi indietro, è come fosse sorpreso di aver fatto tanta strada. Proprio lui, che era partito così male. Abbandonato dalla madre a 4 anni (non la rivedrà per altri 20), cresciuto dagli zii, diviene presto dedito all’arte dell’arrangiarsi consentita a un giovane nero del Sud degli Stati Uniti: lustrascarpe e ballerino per gli yankees, ladruncolo di abiti altrimenti inarrivabili e voce strabiliante per i colleghi di prigione. Quindi la sfolgorante carriera, che lo proietta idolo non solo della comunità nera, ma anche delle masse wasp americane. In mezzo, molti eccessi da star sregolata (comprensibilmente minimizzati in questa autobiografia), come quelli di natura sessuale. Del resto è o non è una sex machine? E allora: Ghidoppa!
Colonna sonora: RED HOT CHILI PEPPERS Stadium Arcadium


TALENT SCOUTing
UNA STAGIONE DI FEDE ASSOLUTA – Riccardo D’Anna (peQuod. 180 pp., 14 euro)

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Camuffato da raccolta di flash autobiografici – quasi D’Anna, per pudore, temesse di inscriversi nella stessa cerchia dei John Irving, Philip Roth e Don DeLillo – questo è un vero e proprio romanzo. Con un protagonista antieroico (colui che dice io), personaggi in carne e ossa alternati a figure mitiche e un tema di fondo: il baseball come metafora della vita. Niente paura però: pur essendo “il baseball un gioco meraviglioso e assurdo […] un’architettura perfetta, regolata dalle sue leggi”, non occorre conoscerne regole e dinamiche per apprezzare queste pagine. Basta aver vissuto un po’, aver attraversato la stagione di fede assoluta che è la prima giovinezza, quella che si nutre di abbaglianti illusioni. E poi, aver sbattuto contro il muro della realtà e preso coscienza della transitorietà di tutte le cose.
Senza averne tenuta una contabilità precisa, alla fine l’impressione è che le immagini più ricorrenti siano il sogno, la morte e la malinconia. La vita come una serie di sogni - esaltanti o dolorosi, ma comunque sempre vissuti febbrilmente – di cui, pur restando delle tracce, si fanno sempre più flebili con il trascorrere del tempo. La comparsa della morte che induce nei congiunti l’interruzione dei sogni: niente sarà più come prima, finita l’epoca delle illusioni. Resta la malinconia del ricordo, del senso di inutilità, dei giorni passati a registrare gli smottamenti dell’anima.
Ce ne sarebbe abbastanza per supporlo un libro noioso e deprimente: e invece no. La struttura episodica, la prosa brillante intrisa di letterarietà che mescola D’Annunzio a Superman, la consapevolezza di un autore che esordisce a 44 anni, ne fanno un racconto calibrato di come possa sopravvivere un io a questi nostri anni.
Colonna sonora: ELVIS COSTELLO My flame burns blue


PEnsare LEGGENDO
I DETTI DI CONFUCIO – a cura di Simon Leys (Adelphi. 244 pp., 25 euro)

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Non è detto che leggere I detti di Confucio aiuti a saperne di più sul Maestro che ha influenzato 2.500 anni di storia dell’Asia orientale. Detto così, oltre a un gioco di parole, può sembrare un paradosso. Il fatto è che, senza qualcuno che offra una griglia interpretativa, è facile non raccapezzarsi in mezzo a frasi sentenzianti che si susseguono senza un nesso logico e che talvolta si contraddicono tra loro. Ebbene, questo libro è dotato di una guida straordinaria, il traduttore Simon Leys, autore di una deliziosa quanto chiara introduzione e di un apparato di note lungo quasi quanto il testo, che rappresenta una vera sorpresa: brillante, ricco di curiosità intellettuali e spiritoso, come raramente capita di trovare nelle pagine esegetiche.
Saperne di più su Confucio significa iniziare a capire qualcosa della galassia cinese, con la quale è sempre più necessario entrare in contatto a causa del boom economico che sta scuotendo le fondamenta del capitalismo occidentale. Infatti, una delle ragioni di questo successo è da ricercarsi nel profondo rispetto delle masse lavoratrici nei confronti delle direttive impartite dalle autorità. Rispetto in gran parte derivante dalla letterale osservanza degli insegnamenti di Confucio. Solo che le autorità, nel corso dei secoli, hanno operato affinché del confucianesimo si applicassero gli ammonimenti volti alla conservazione del potere, ignorandone altri che a ben guardare sarebbero risultati addirittura sovversivi. Un esempio? Che un re deve essere in grado di offrire un modello di moralità pena il non poter governare.
Intanto a lui, che pure chiedeva di essere messo alla prova, non fu mai offerto alcun territorio da amministrare. Segno che i potenti non si fidavano fino in fondo di Confucio: allora come ora non sono cambiati. E come disse il Maestro: “solo il più saggio e il più stupido non cambiano mai”.
Colonna sonora: CIBELLE The shine of dried electric leaves

UPPER ReaDERS
GABBIE – Fabrizio Puccinelli / Giovanni Mariotti
(Marsilio. 185 pp., 13 euro)

Che roba è, da mangiare, un romanzo postumo a 4 mani? No, si tratta di 2 brani di carattere autobiografico, disseppelliti da un cassetto - l’uno di uno scrittore di scarsa fortuna morto nel 1996 (Fabrizio Puccinelli) e l’altro di un autore appartato ma di successo (Giovanni Mariotti) – che, sotto la compressione del tempo, mostrano un pulsare cardiaco inaspettato. A legarli, la circostanza che Puccinelli e Mariotti siano stati compagni di classe nel liceo classico di Lucca, entrambi approdati in seguito a una grande città (Roma e Milano) e infine diventati scrittori. Ma, a renderli ancora più coesi, la corrispondenza inversa tra le origini familiari e gli esiti esistenziali: a Puccinelli, rampollo di buona famiglia, tocca il destino di dissipare il proprio talento nell’isteria; a Mariotti, orfano cresciuto dalla madre nella miseria, quasi contro volere – “voglio essere niente, voglio essere nessuno” - arriva a arridergli una certa fama letteraria (culminata nell’ottimo “Storia di Matilde”).
Le gabbie del titolo alludono allora alla vita di provincia. Gabbie che dispensano calore e sicurezza, ma tarpano le ali. Che producono slanci di fuga, ma ti inseguono ovunque come incubi. Meno metaforicamente sono anche le gabbie del manicomio in cui viene fatto rinchiudere Puccinelli, dove i medici sembrano sempre ridere in preda a un timor panico convulso: è la sedicente normalità che vacilla. Lo sa bene l’amico Mariotti, sorta di suo curatore fallimentare. Che ci rivela – nel suo racconto non a caso intitolato ironicamente “La vita facile” – che: “tutti alla fine siamo vittime, senza sapere di chi e di cosa”. Azzardiamo: della morte?
Colonna sonora: ASSALTI FRONTALI Mi sa che stanotte…

OLD FASHION
IL GIRO DEL GIORNO IN OttANtA MONDI – Julio Cortàzar (Alet. 302 pp., 17 euro)

La verità è dio. In molti, dagli albori del pensiero filosofico occidentale, hanno provato ad affrontarla a viso aperto, uscendone scornati. Così, dato che non riuscivano a dimostrarla, hanno concluso che la verità non esiste. Eppure tutti noi, fin da bambini, proviamo un anelito verso di essa. Da giovani addirittura la pretendiamo. Da persone mature impariamo a convivere con la sua negazione. Ma la verità continua ad agitarsi dentro di noi, come un lubrificante da conservare pulito perché fa funzionare l’intero meccanismo.
Julio Cortàzar, magnifico scrittore di Buenos Aires esule a Parigi, intuì uno stratagemma per ovviare a questo impasse: dedicarsi all’arte della distrazione. Che è come dire: inseguire la verità, cercando di sorprenderla mentre si riposa nei luoghi più inaspettati. Per questo ha scritto soprattutto racconti, immaginifici e ludici. Siccome tutto è già stato detto, lui non inventa niente: reinterpreta l’esistente facendolo proprio, allo stesso modo dei jazzisti alle prese con gli standard.
Si legge Cortàzar e, qualunque sia l’argomento, ci si immerge in un’avventura che non si sa dove andrà a parare. Anche quando parte in modo normale, basta uno scarto e vira verso l’eccentricità, conducendoci verso insospettabili mondi paralleli. E’ come se ci invitasse ad abbattere le barriere con cui ci autolimitiamo. E non si può proprio fare a meno di seguirlo nella promessa di un’intelligenza liberatrice dai vincoli della realtà.
Come in questo libro magico, un’alchimia di aneddoti romanzati, poesie, canzoni, fotografie e disegni, dispiegati per dar voce al troppo umano “sentimento di non esserci del tutto”. Perché a quest’uomo-bambino potevano capitare giorni in cui si sentiva più grande del cavallo che montava e altri in cui cadeva dentro le sue scarpe e faceva una fatica orrenda per uscirne.
Colonna sonora: GOTAN PROJECT Lunatico


BAZAR COLLECTION
LA SUPERCAZZOLA – Ugo Tognazzi (Mondadori. 302 pp. + dvd, 20 euro)

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Uno vede il dvd e pensa: “Ormai sono irrimediabilmente vecchio. E mi sa anche rincoglionito!” Non tanto perché ricordi malinconicamente gli sketch televisivi del primo Tognazzi – probabile non fosse ancora nato – ma perché si ritrova a rimpiangere i programmi della tv democristiana del quinquennio 1954-58. Quando esisteva ancora una censura vetero-cattolica che impediva di usare in video termini tipo “amante”. Eppure che garbo, che ironia, che attori professionalmente consumati quelli che facevano il varietà. Involontariamente scatta un confronto impietoso con quel che passa il convento in una qualunque di queste sere.
Meglio cambiare discorso. E occuparci di Ugo Tognazzi, sulla cui statura di attore c’è poco da aggiungere: per lui parlano i film interpretati. Insieme a Sordi, Gassman, Manfredi e Mastroianni, ha dato vita a una stagione irripetibile del nostro cinema, rappresentando come loro una maschera in cui specchiarsi. Però, lo dice benissimo il curatore Roberto Buffagni, Tognazzi è “il massimo interprete di 2 qualità umane e italiane apparentemente contraddittorie: l’innocenza e l’indecenza”.
Uomo in fuga dalla provincia, da un lavoro di contabile in un salumificio, grazie a un enorme talento avrà un grande successo (fama e denaro, ma anche importanti riconoscimenti pubblici). Innamorato della vita in tutta la sua materialità sanguigna (donne e cucina, le sue grandi passioni), non temerà di dissiparla offrendolesi generosamente e trasformando la propria casa di Velletri in una specie di factory del divertimento tra amici. C’è solo un rimpianto: che morirà troppo presto, a 68 anni, nel 1990.


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