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SUBURBAN LIFE
Una comunità finta, fatta di case tutte uguali ma che devono sembrare diverse...
Nel nostro immaginario, come nel nostro lessico, l'idea di suburbio (in inglese suburb) è inestricabilmente connessa con l'idea di periferia e finisce con assumere un valore limitativo, o addirittura negativo. Per motivi legati alla nostra storia e alla nostra cultura, il centro è (o sembra) più importante della periferia. La città è (o sembra) più importante dei suburbi. Ma se si va in America, questo non è più vero, o almeno se ne deve discutere. Anche perché, in America, un terzo della popolazione vive nei suburbs.
Il suburb è un'area residenziale di solito fuori dalle grandi città, legata all'espansione urbana su aree fabbricabili meno costose e più ampie di quelle dei centri metropolitani che in qualche misura riflette e riproduce l'idea astratta di una comunità. I “developers” (cioè le società immobiliari) progettano, disegnano e realizzano universi di case unifamiliari quasi uguali, immancabilmente dotate di prato, caratterizzate da prezzi uniformi che finiscono col definire l'identità sociale ed economica – il reddito – di chi ci va a vivere. Famiglie culturalmente omogenee, non troppo diverse dal punto di vista della religione e della razza, di solito con bambini, finiscono col condividere un sistema di comportamenti e di consuetudini

Suburb

Il suburb è divenuto, negli ultimi cinquant'anni, un aspetto dell'American dream.
E' il luogo dove si svolge la vita ideale delle famiglie del ceto medio, è il contenitore della gran parte degli stereotipi della vita americana, è una comunità finta fatta di case che sono tutte uguali ma devono sembrare diverse, composta da persone che non si conoscono e spesso non si vogliono conoscere, ma che competono su chi ha la macchina più costosa, il prato più verde, il reddito più alto. E' l'ambiente ideale delle Desperate Housewives, e il palcoscenico di infinite commedie e tragedie americane.

In America i baby boomers, e cioè le persone nate nei vent'anni dopo la Seconda guerra mondiale, hanno passato una parte della loro vita in un suburb, come teenagers o come genitori. La loro formazione si è accompagnata al declino della dimensione residenziale dei centri metropolitani e all'esplosione dei suburbi. Anche per questo, la cultura dei suburbi è divenuta un tema di controversie. Non c'è punto sul quale l'esercito dei baby boomers non sia diviso in due. In questo caso, pro o contro la suburban life.

Che si fa in un suburb? L'automobile ha una funzione centrale: si accompagnano i ragazzi a scuola, tornando a casa si pargheggia al supermercato, si guida fino al Country club per una partita a tennis, a golf o a bridge, ci si sposta al Mall per fare lo shopping, prima o dopo aver ripreso i ragazzi a scuola. Se si fa shopping con loro, lo shopping può diventare recreational shopping (shopping ricreativo): le ragazzine e i ragazzini si divertono e non hanno che da scegliere in una serie di identità. Possono optare per la femminilità civettuola di Juicy Couture, distribuita dal costoso department store Neiman Marcus, oppure per i precoci ammiccamenti sexy di Abercrombie & Fitch. Oppure, possono optare, come alcuni dei loro genitori, per un impegno vagamente liberal e ambientalista preferendo abiti e cibi rigorosamente organici. Come ha scritto David Brooks sul New York Times, in questo caso i SUV che i genitori guidano sono Audi, Volvo o Saab, perché sembra “socialmente accettabile comprare macchine di lusso se vengono da paesi ostili alla politica estera americana”.

L'architettura degli shopping malls è uno dei temi in discussione: c'è un movimento contro i Big-Box Department Stores che finiscono col rendere ogni suburb uguale a tutti gli altri: Target, Macy's, Wal-Mart, ma anche McDonalds, Borders, Best Buy, Kmart, Home Depot, Bed Bath & Bayond, Office Max, Circuit City, Costco, ecc. Scatole basse enormi di cemento con il loro logo e il loro stile che si ripete dal New England alla California, circondate da ettari di parcheggi asfaltati popolati da milioni di automobili.
Nel suburb, poi, si taglia l'erba. Se non si è superimpegnati e con bambini piccoli (in questo caso si assume una ditta di landscaping, di solito messicana) si dedica un po' di tempo a torturare il prato, attraverso la continua amputazione e il continuo allagamento dell'erba per raggiungere il verde più brillante.
I suburbs sono laboratori sociali affascinanti. Ciascuno di essi è un universo di stereotipi che confina con un altro universo di stereotipi: attraversi la strada e da un suburb di professionisti ebrei passi in uno di ucraini popolato da migliaia di nuovi venuti (un buon 20% della popolazione americana non è nata in America), poco più in là – sempre dall'altra parte di una strada, confini informali ma precisissimi – c'è una corporate area con ricchi e anonimi uffici nei quali si svolge l'altra commedia della competizione di uomini e donne in carriera.

I suburbi sono socialmente borghesi, e per questo non piacciono alla sinistra radical (che pure ci vive). Sono pieni di quel ceto medio autoindulgente e consumatore che influenza l'immagine che l'America ha di sé.

A me, che vengo dalla congestione dei centri storici europei, dalle macchine parcheggiate una sull'altra in tripla fila, dal rischio dello scippo e dal puzzo di tubi di scappamento di motorini e di cacche di cani inavvertitamente pestate, il suburb non dispiace: verde, lussureggiante, pulito, ricco, rassicurante. Se si è europei e ci si sta non più di quattro mesi all'anno, può andare...
 
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di Guido Dolara

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