Ho rubato ciliegie da un albero
A Cannes ha vinto un americano dell’altra America. Lo invidio. E’ bello vedere un essere umano esplodere di gioia senza far vittime.
Ho per Cannes lo stesso interesse che Cannes ha per me. Ma c’è stato, e bisogna parlarne. Premetto che ho visto quattro immagini sparse in tutto. Questo festival è una  rottura di balle per chi ne resta fuori, al pari delle vacanze estive, di Venezia e della miseria; perché se provi a cercare
un produttore per parlargli del progetto della tua vita in quel periodo, la segretaria ti risponderà con un vago risentimento nella voce: “E’ a Cannes!” (come a dire: “Oh non lo sapeva!”) e poi nell’ordine: “E’ in vacanza”, “E’ a Venezia!”, “E’ in bolletta”. Comunque lo ha vinto un americano dell’altra America. Con un Io presenzialista e ipertrofico di molte taglie superiore alla sua taglia fisica. Probabilmente il suo successo deriva da cattiveria da confronto: ne deve aver subiti e persi tanti, e ora finalmente è il momento delle dolci vendette. Dentro di lui, il bambino che ha mangiato male, ha trovato in Europa il paese dei balocchi. “Bush out, Bush out!” gridava giulivo nelle copertine dei telegiornali. Lo invidio. Sinceramente. In maniera struggente. E’ bello vedere un essere umano esplodere di gioia senza far vittime. Soprattutto quando l’essere che salta è esteticamente non bello. E questo ci porta a Tarantino. Sta diventando una maschera. Fisicamente. Il mento gli si sta arricciando all’insù (ancora pochi anni e finirà per entrargli in bocca). Le tempie diventano ogni anno più vaste e gli occhi si allontanano sempre più l’uno dall’altro. Mi ricorda l’universo. Quentin si espande. Se non sa ridere. Sembra recitare mentre lo fa. Sarà un vecchio orribile da vedersi. Ma tu ce l’hai con lui? No. Mi sono alzato male. C’era un litigio in casa. Per l’uso disinvolto che le figlie fanno del cellulare. Ieri la più grande delle tre e io abbiamo fatto un cosa per Emergency e oggi si litiga sulle tariffe telefoniche. Se è strano il mondo alle otto del mattino! Ognuno parla il suo linguaggio per non capirsi. Stanotte ciascuno di noi ha fatto i suoi sogni e ora ognuno tira le conclusioni. L’umore è figlio del risveglio. Sarà per questo che è difficile accordarsi appena alzati? Io, ad esempio, ho sognato la disperazione. Aveva una palandrana nera ed era stata mandata dal Ministero. Eravamo in una stanza così grande che potevi vedere solo due pareti alla volta. C’eravamo tutti, noi del teatro. E una voce diceva: “Siete in troppi! Siete in troppi quest’anno. Non ci sono teatri per tutti”. Come ti liberi nel sogno dall’angoscia? Svegliandoti. Ma per l’appunto avevo preso un tavor. Avete mai fatto un conto di quante compagnie teatrali ci sono oggi in Italia? Un verminaio. Un formicaio. Non c’è più niente di umano. Finito il grande fratello o la povera sorella o la mamma che va da Bonolis e mostra il feto in diretta con la padronanza di una laureata in economia e commercio, o gli sposi imbecilli che il “si” lo dicono alle telecamere e i tempi al prete glieli detta il regista. E finito tutto il guano che verrà prossimo futuro compresa una telecamera in qualche cella di prigione dove due detenuti, dopo che uno s’è fatto l’altro a sangue e poi si pente, si fidanzano e danno vita a una tenera storia di sentimenti (si, perché così ha deciso il pubblico, sì) visto che il recupero di color che si son persi sembra ormai diventato lo sport nazionale di quegli italiani che non hanno di meglio da fare che decretare il ritorno in video di tutti i dimenticati da Dio e dalla dea Madre Tivvù, che a suo tempo bellamente masticò e sputò via da sé (perché forse non avevano più nulla da dire?). Oh Dio Dio ma di che sto parlando? Ho perso anche il soggetto. Ah si: le compagnie teatrali. Che fa un idraulico che partecipa a un reality show una volta finita l’esposizione in video: torna a sturare lavandini o, già che c’è, veste la calzamaglia di Amleto? “A bbello me passi er teschio che mo’ c’é er monologo mio”. Ho una improvvisa esplosione di felicità. So che lo spettatore medio televisivo è una donna di 60/65 anni con titolo di studio di scuola inferiore (non sono io!). So che l’Italiano in genere è uno dei popoli meno depressi del mondo (ci aiuta la posizione geografica e il fatto che consideriamo i nostri limiti come confini sicuri). So che mai come in questo Pontificato sono stati creati tanti nuovi santi e beati (il network del Bene risponde colpo su colpo a quello del Male). In più il nostro ottimismo ci porta a vedere in ogni connazionale che muore all’estero un nuovo eroe della Patria (dovremo costruire di più – ma questo il governo già lo sa - e aumentare le vie: abbiamo un sacco di nuovi nomi da piazzare). E soprattutto so che l’altro giorno in Toscana ho rubato ciliegie da un albero. E’ un fatterello, me ne rendo conto, ma la lucentezza del momento era tale che ne resterò per sempre abbacinato. Con me c’era la mia terza figlia. Rubare le ciliegie da un albero sul fianco di una collinetta. E mangiarle. La pianta era della terra e le ciliegie nostre e degli uccelli. E mentre mangiavamo pensavo: nessun idiota in cielo né in terra potrà rubarci più questo momento.

AIUTACI

PATROCINI E PARTNERS


Co-edizioni cartacee Bazarsaggi e Bazarcollection


  :: chi siamo
:: contatti
Direttore Responsabile
Eugenia Romanelli
Responsabile News
Alessandra Caiulo
Responsabile Finanziario
Cristiana Scoppa
Graphic Designer
Cristina Manfucci
Web Master
Elisa Barbini
Powered by
i-node